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Per ridare vita alle mangrovie del Messico si è scelto di guardare molto indietro nel tempo, fino alle tecniche agricole degli Aztechi, e di affidarsi anche a un alleato piuttosto insolito come il coccodrillo. Succede nel sistema lagunare di Alvarado, nello stato di Veracruz, dove decenni di disboscamento hanno lasciato i suoli delle zone umide collassati e sprofondati, fino a scendere sotto la quota minima in cui queste piante riescono a sopravvivere. Ramírez Soto, che lavora con l’organizzazione no profit REVIVE, ha visto morire una dopo l’altra le piantine messe a dimora in file ordinate secondo il metodo tradizionale. Alla fine è arrivato a una conclusione semplice: il problema non erano gli alberi ma il terreno.
Le chinampas azteche al servizio delle mangrovie
La soluzione individuata da REVIVE si ispira alle chinampas, la tecnica di coltivazione su isolotti rialzati legata alla gestione azteca delle zone umide, adattata qui non per produrre cibo ma per il ripristino ambientale. Il gruppo ha costruito a mano piccoli cumuli di terra che sollevano le piantine sopra l’acqua stagnante e creano superfici dove possono attecchire anche i propaguli dispersi naturalmente. Il cuore dell’intervento sta nel recupero dell’altitudine del suolo, con un approccio che prende spunto dalla pratica mesoamericana senza riprodurla alla lettera.
I numeri arrivano da una sintesi di 17 anni di lavoro, pubblicata come preprint e non ancora sottoposta a revisione paritaria. Il primo esperimento ha dato risultati che la piantumazione classica non aveva mai ottenuto. Sono stati messi a dimora circa 2.000 alberi su centinaia di cumuli, ma alla fine ne hanno attecchito più di 4.000, comprese le piantine portate dalle maree. Secondo i dati del progetto la copertura della chioma ha raggiunto circa l’80% dopo sette o otto anni. In seguito il metodo si è esteso a circa 15.000 isolotti simili alle chinampas, per una superficie di 40 ettari.
Il documento precisa che la tecnica funziona dove la rigenerazione naturale è bloccata dallo sprofondamento del terreno. Il successo dipende però da una pianificazione che consideri gli ecosistemi di riferimento, un’idrologia adeguata, l’analisi della microtopografia e un monitoraggio a lungo termine. Senza queste condizioni non è detto che i risultati si possano replicare altrove.
Il ruolo dei coccodrilli tra osservazioni sul campo
Dal 2017 REVIVE ha liberato nelle paludi di Alvarado circa 80 esemplari di coccodrillo di Morelet. Le indagini avevano rilevato l’assenza totale di questi rettili, attribuita dal progetto alla caccia. Chi lavora sul campo sostiene che agiscano come veri ingegneri dell’ecosistema, smuovendo i sedimenti, liberando i canali e migliorando la circolazione dell’acqua di marea tra le mangrovie. Sono però affermazioni basate su osservazioni dirette e non su studi comparativi controllati.
Un ragionamento simile è stato portato avanti nella baia di Cispatá, in Colombia, dal biologo Giovanni Ulloa Delgado insieme a partner locali. Lì sono stati rilasciati circa 15.000 giovani esemplari di coccodrillo americano, dopo che la caccia illegale aveva quasi cancellato la popolazione locale. Entrambi i progetti presentano i rettili come un beneficio strutturale per l’idrologia delle zone umide, ma si tratta di un’ipotesi degli operatori e non di un risultato ecologico dimostrato.
Una revisione sull’ecologia dei coccodrilli pubblicata nel 2020 su Biological Reviews ha rilevato che questa idea poggia ancora in gran parte su aneddoti. Molte affermazioni sulla loro importanza ecologica non sono state verificate a sufficienza e le prove dirette di effetti strutturali misurabili sono scarse. Questo non rende i coccodrilli irrilevanti per le mangrovie, ma segnala una lacuna nella ricerca che studi comparativi tra siti con e senza animali reintrodotti potrebbero cominciare a colmare.
Prove scientifiche
Il coccodrillo di Morelet è un grande predatore e il suo ritorno in zone umide vicine ai centri abitati comporta obblighi precisi. I programmi di reintroduzione dovrebbero prevedere monitoraggio della popolazione, educazione del pubblico, misure per proteggere il bestiame, segnalazione degli incidenti e protocolli per spostare gli animali problematici, a tutela delle comunità e della tenuta del progetto nel tempo. Piantare alberi non basta a sistemare un terreno che è cambiato fisicamente, e infatti il recupero registrato ad Alvarado nasce dalla combinazione di riparazione microtopografica, condizioni idrologiche adatte e rigenerazione naturale. Se i coccodrilli aggiungano un beneficio misurabile è ancora una domanda aperta, alla quale i futuri monitoraggi dovranno rispondere in modo diretto.
Fonte: TecnoAndroid


