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A volte un video caricato sui social o un post su un blog personale pesano molto di più di un freddo comunicato stampa istituzionale. È esattamente quello che è successo con Guido Scorza, che ha scelto di annunciare le sue dimissioni irrevocabili dal Collegio del Garante per la protezione dei dati personali con un tono che definire sofferto è quasi un eufemismo. Non capita spesso di vedere un esponente di tale rilievo fare un passo indietro parlando apertamente di una scelta “giusta e necessaria” per l’istituzione, ma allo stesso tempo “ingiusta” per l’uomo che la compie. È un corto circuito emotivo e professionale che racconta molto del clima che si respira oggi in certi uffici romani.
L’uscita di scena di Scorza scuote il Garante
Per Scorza non si trattava solo di un incarico prestigioso, ma di una sorta di missione civile iniziata trent’anni fa all’ombra di giganti come Stefano Rodotà. Lasciare quello che lui stesso definisce “uno dei lavori più belli del mondo” è stato un colpo durissimo, soprattutto perché negli ultimi cinque anni ha vissuto la difesa della privacy non come un insieme di scartoffie, ma come la tutela di un diritto “fragile e garbato”, essenziale per la nostra libertà. Eppure, il punto centrale della sua riflessione non riguarda solo il passato, ma la credibilità del presente. Scorza sostiene che un’autorità come il Garante non deve solo avere potere, ma deve essere percepita come autorevole da tutti, cittadini e aziende. Se quella fiducia viene meno, o anche solo scalfita, il meccanismo si inceppa.
Inutile negare che sullo sfondo ci sia un’ombra piuttosto ingombrante: l’inchiesta della Procura di Roma nata dai servizi di Report. Le ipotesi di reato, che vanno dal peculato alla corruzione, parlano di una gestione troppo disinvolta delle auto di servizio e di sanzioni che sarebbero state troppo “morbide” nei confronti di colossi come Meta o Ita Airways in virtù di presunti rapporti personali. Scorza si dice assolutamente certo della propria innocenza e sottolinea che restare al suo posto sarebbe stata, egoisticamente, la mossa più comoda e saggia per difendersi. Ha scelto la strada più difficile proprio per evitare che le ombre sulla sua persona finissero per oscurare l’intero operato dell’Autorità.
C’è però un’ultima riflessione, quasi filosofica, che Scorza lancia nel suo congedo ed è quella sulla salute del nostro sistema democratico. Non se la prende con i magistrati o con i giornalisti, che anzi definisce preziosi, ma punta il dito contro un ingranaggio più ampio. Parla di algoritmi che amplificano il rumore e la rabbia a discapito della riflessione, e di una politica con la “p” minuscola, più affamata di visibilità che di contenuti. È un addio che sa di amarezza ma anche di coerenza estrema. Chiude la porta ringraziando la famiglia e i colleghi, dando appuntamento a tutti “dalla stessa parte”, quella dei diritti, anche se con un abito diverso. Resta da capire chi raccoglierà questa eredità in un momento così delicato per la democrazia digitale italiana.