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La batteria iPhone del futuro potrebbe ricaricarsi in tre minuti e reggere fino a 60.000 cicli, almeno stando al lavoro portato avanti da un gruppo di ricercatori della Flinders University, in Australia. Numeri che, messi così, sembrano quasi fuori scala rispetto a quello che oggi si trova dentro uno smartphone, un tablet o un portatile. Eppure la ricerca punta esattamente lì, su una nuova tipologia di accumulatore capace di combinare due caratteristiche che finora hanno viaggiato su binari separati, cioè velocità di ricarica estrema e durata nel tempo.
Il punto interessante è proprio questo doppio risultato. Chi segue il settore sa bene che spingere sulla ricarica rapida significa quasi sempre pagare un prezzo in termini di salute della cella, perché il calore e gli stress ripetuti accelerano il decadimento. Qui invece i due parametri sembrano andare d’accordo, e non è un dettaglio da poco.
Cosa significano davvero 60.000 cicli di ricarica
Un ciclo di ricarica corrisponde, in parole semplici, al consumo completo della capacità della batteria, anche se distribuito su più giorni. Le celle agli ioni di litio che alimentano i telefoni attuali sono progettate per un numero di cicli decisamente più contenuto, e infatti dopo un paio d’anni di utilizzo intenso la capacità residua cala, l’autonomia si accorcia e a un certo punto arriva la sostituzione. È un percorso che chiunque abbia tenuto lo stesso dispositivo per qualche anno conosce bene.
Con una soglia dichiarata di 60.000 cicli il discorso cambia completamente di scala. Un accumulatore del genere, su un uso quotidiano normale, coprirebbe un arco temporale che va ben oltre la vita utile media di un telefono. Il che apre a scenari diversi da quelli a cui l’industria è abituata, dalla longevità dei dispositivi al tema dei rifiuti elettronici, senza dimenticare l’impatto sulla filiera delle riparazioni e delle sostituzioni.
Tre minuti per fare il pieno, la promessa più difficile
L’altro numero che colpisce riguarda il tempo. Tre minuti per una ricarica completa è una soglia che oggi non ha equivalenti nel mondo dei telefoni di massa, dove anche le soluzioni più aggressive lavorano su tempi molto più lunghi. Portare la tecnologia delle batterie a quel livello significherebbe cambiare il modo stesso in cui si usa un dispositivo, perché la ricarica smetterebbe di essere un momento pianificato della giornata e diventerebbe una pausa qualsiasi.
Va detto con onestà che tra un risultato di laboratorio e un prodotto che finisce dentro un telefono in vendita c’è di mezzo un percorso lungo, fatto di test di sicurezza, produzione su larga scala, costi e compatibilità con l’elettronica esistente. La storia dell’innovazione nelle celle energetiche è piena di annunci promettenti che poi hanno impiegato anni prima di trovare una strada commerciale, quando l’hanno trovata.
Perché il tema riguarda da vicino gli smartphone
L’attenzione verso la Flinders University e il suo lavoro si spiega con il fatto che l’autonomia resta uno dei nodi più sentiti dagli utenti, insieme alla durata complessiva del dispositivo. Ogni generazione di smartphone porta processori più efficienti e schermi più raffinati, ma la sensazione di dover cercare una presa a fine giornata non è mai davvero sparita.
Una nuova batteria con quelle caratteristiche sposterebbe l’asticella su entrambi i fronti, e non solo nel comparto mobile. Gli stessi principi, in teoria, riguardano tutto ciò che immagazzina energia, dai dispositivi indossabili ai mezzi elettrici fino agli accumuli domestici. Per ora il traguardo raggiunto dai ricercatori australiani si misura in laboratorio, con quei due numeri a fare da biglietto da visita, 60.000 cicli e tre minuti di ricarica.








