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Backlog, perché non finiamo mai i giochi che compriamo

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Il fenomeno dei giochi mai finiti è probabilmente la cosa più democratica del mondo videoludico: riguarda chi gioca due ore a settimana e chi ci passa le nottate, chi compra solo su disco e chi ha una libreria digitale gonfia come un armadio a fine trasloco. Difficile trovare qualcuno capace di dire, con la mano sul cuore, di aver portato a termine ogni singolo titolo acquistato. Decine, spesso centinaia di giochi, tutti completati, nessuno lasciato a metà. Praticamente impossibile. E dietro questa abitudine collettiva ci sono ragioni piuttosto precise, in larga parte psicologiche.

Il backlog non è pigrizia, è un meccanismo mentale

Chiamarlo semplicemente disordine sarebbe riduttivo. Il backlog, quella pila crescente di titoli comprati e messi da parte, nasce da una serie di spinte che agiscono prima ancora del momento in cui si preme il pulsante di acquisto. Il gioco viene visto, desiderato, immaginato. Si costruisce un’aspettativa che a volte si esaurisce già lì, nell’atto di comprarlo. È l’idea di poterlo giocare a dare soddisfazione, non necessariamente il giocarlo davvero. Poi entra in scena il fattore tempo, che con gli anni tende a comprimersi. Le giornate restano di ventiquattro ore, mentre le produzioni contemporanee chiedono un impegno sempre più consistente. Iniziare un titolo da cinquanta o sessanta ore quando ne si hanno tre libere alla settimana significa accettare l’idea di trascinarlo per mesi. Molti, in cuor loro, sanno benissimo che non lo finiranno. Comprano comunque.

C’è anche una componente di accumulo che ha poco a che vedere col divertimento. Le offerte a raffica degli store digitali hanno reso l’acquisto un gesto rapido, quasi indolore, con cifre talmente basse da spegnere qualsiasi resistenza. Il risultato è una libreria che cresce a una velocità che nessuna vita reale può inseguire.

Possedere conta più che completare

Un altro nodo riguarda il senso di possesso. Avere un gioco in libreria vuol dire far parte di una conversazione, sapere di cosa si sta parlando quando un titolo diventa argomento del momento. È una forma di appartenenza che si esaurisce spesso nel primo giorno, quando basta averlo installato e provato per venti minuti. Poi la vita va avanti, arriva un’altra novità, e quel gioco slitta silenziosamente nell’elenco delle cose da fare.

Va detto che non tutto è colpa di chi acquista. La quantità di uscite è cresciuta a dismisura, tra grandi produzioni e panorama indipendente sempre più prolifico, e la sensazione di dover stare al passo genera una pressione concreta. La paura di perdere qualcosa spinge a comprare adesso, per giocare in un futuro che non arriva mai davvero. Un circolo che si autoalimenta senza troppa fatica. C’è infine la questione delle abitudini di gioco, che negli ultimi anni si sono spostate su titoli lunghissimi, aggiornati costantemente, pensati per non finire mai. Chi dedica il proprio tempo libero a un multiplayer competitivo o a un gioco che si rinnova a stagioni difficilmente troverà spazio per l’avventura in singolo comprata sei mesi prima. Non perché non interessi, ma perché il tempo è già stato investito altrove.

Il senso di colpa che accompagna la lista dei giochi incompiuti è quindi meno giustificato di quanto sembri. Le librerie piene raccontano soprattutto un desiderio, quello di avere sempre qualcosa pronto per il momento giusto. Che quel momento arrivi o no, cambia poco: la scelta di comprare risponde a una logica emotiva, non a un calcolo di ore disponibili. E finché gli sconti continueranno ad arrivare con la regolarità di sempre, quella pila continuerà a crescere.

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