Che l’intelligenza artificiale stia cambiando il mondo del lavoro non lo mette in dubbio nessuno. Le voci su tagli, licenziamenti e automazione dei compiti si rincorrono ogni giorno, e onestamente è difficile liquidarle come allarmismo. L’automazione di certe mansioni rappresenta un rischio concreto per diverse figure professionali. Eppure c’è un pezzo del discorso che resta spesso in ombra: quello dei posti di lavoro che l’AI sta anche contribuendo a creare.
Secondo un’analisi condivisa da LinkedIn, negli Stati Uniti si contano circa 640.000 assunzioni o collaborazioni riconducibili all’intelligenza artificiale nel periodo compreso tra il 2023 e il 2025. Un numero tutt’altro che trascurabile, che almeno in parte bilancia la narrativa dominante fatta solo di tagli e ridimensionamenti. Ma attenzione: quel dato va preso per quello che è, cioè una statistica. E come tutte le statistiche, va letto dentro il contesto da cui nasce.
Il contesto americano non è quello europeo
Gli USA sono il cuore pulsante della rivoluzione legata all’intelligenza artificiale. È lì che sono nate le aziende più importanti del settore, è lì che si concentrano gli investimenti più massicci, ed è abbastanza naturale che proprio lì si registri un boom di assunzioni legate all’AI. Il mercato del lavoro americano, però, funziona con dinamiche molto diverse rispetto a quelle europee, e ancora di più rispetto a quelle italiane.
In altri paesi, dove la tecnologia entra nei processi produttivi soprattutto come prodotto o servizio da utilizzare e non da sviluppare, lo scenario cambia radicalmente. Un’azienda che non fa AI ma la impiega nei propri flussi operativi difficilmente avrà bisogno di un Head of AI o di un AI Engineer. Questo significa che il dato americano, per quanto significativo, non può essere semplicemente proiettato su realtà economiche diverse.
C’è poi un altro errore che si commette spesso: valutare l’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro guardando esclusivamente a cosa succede nelle Big Tech. Quello che avviene nella Silicon Valley non è rappresentativo, per esempio, di un tessuto imprenditoriale come quello italiano, dove il contributo fondamentale arriva dalle PMI. Realtà più piccole, regolate da logiche completamente diverse, dove l’adozione dell’AI segue tempi e modalità che non hanno nulla a che vedere con quelli delle grandi corporation tecnologiche.
Il rischio della propaganda e l’unica cosa certa
Il problema, quando si parla di intelligenza artificiale e lavoro, è che si finisce quasi sempre per scivolare verso la presa di posizione netta. Da una parte chi agita lo spettro della disoccupazione di massa, dall’altra chi promette un futuro radioso fatto solo di nuove opportunità. I pro e i contro vengono sventolati come strumenti di propaganda, più che come elementi di un’analisi seria.
L’unica cosa che si può affermare con certezza è che un cambiamento profondo è in atto. Misurarne davvero gli effetti, però, sarà possibile solo più avanti, quando l’adozione dell’AI sarà più strutturale e meno legata a una corsa all’innovazione che, in diversi casi, non è nemmeno giustificata da reali necessità operative.