Gli influencer creati dall’intelligenza artificiale stanno conquistando sempre più spazio nelle strategie dei grandi marchi, che ormai li usano per promuovere prodotti sui social come se fossero persone in carne e ossa. Volti digitali, recensioni curate, contenuti perfettamente confezionati. Il punto è che spesso nessuno avverte chi guarda che dietro quel sorriso non c’è nessuno.
Perché i brand scelgono volti che non esistono
Il ragionamento delle aziende, va detto, ha una sua logica piuttosto fredda. Questi avatar digitali sono realistici al punto da imitare alla perfezione le abitudini dei creator umani, dalle storie ai post promozionali, e per chi vende prodotti significa risparmiare parecchio. Niente set fotografici, niente trasferte, niente cachet per lo shooting. Si crea un personaggio, lo si fa parlare e il gioco è fatto. Una scorciatoia comoda, soprattutto per i marchi che producono campagne a ritmo continuo.
Il problema arriva quando la natura artificiale di questi profili non viene dichiarata. Chi scorre il feed pensa di leggere l’opinione di una persona reale, magari di fidarsi di un consiglio, e invece sta guardando un prodotto costruito a tavolino per vendere. Qui la faccenda smette di essere solo tecnica e diventa una questione di rispetto verso chi sta dall’altra parte dello schermo.
Trasparenza, fiducia e regole che ancora mancano
I nodi più spinosi riguardano proprio la trasparenza e la fiducia dei consumatori. Quando un contenuto non rivela di essere generato artificialmente, il confine con la pubblicità ingannevole si fa sottile. E c’è un dettaglio che rende tutto ancora più opaco. Ad alcuni creatori di questi personaggi virtuali viene chiesto di firmare accordi di riservatezza, il che significa che chi costruisce l’illusione è tenuto al silenzio. Difficile parlare di chiarezza in queste condizioni.
Sul fronte delle norme europee, al momento non esiste nulla di specifico pensato per questo scenario. Un vuoto che lascia ampio margine di manovra a chi vuole sfruttare la cosa senza troppi scrupoli. Qualcosa però inizia a muoversi. Associazioni di consumatori come la britannica Which? stanno spingendo perché si arrivi a una legislazione dedicata nei rispettivi Paesi, così da mettere paletti chiari su un fenomeno che cresce più in fretta di quanto le regole riescano a stargli dietro.
Nel frattempo il mercato continua a correre, e questi profili sintetici diventano un tassello sempre più comune delle campagne social. La tecnologia c’è, i risparmi pure, e finché non arriveranno regole precise il rischio è che il pubblico continui a interagire con personaggi convinto che siano reali. Una dinamica che mette al centro, ancora una volta, la questione di quanto possiamo davvero fidarci di ciò che vediamo online.