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Infiammazione cronica può modificare il cuore senza sintomi

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L’infiammazione cronica potrebbe modificare lentamente la struttura del cuore senza dare alcun segnale percepibile, aumentando nel tempo il rischio di malattie cardiovascolari. A suggerirlo è un ampio studio condotto da un gruppo di ricerca dell’Imperial College di Londra, che ha analizzato i dati di circa 480.000 persone. Per capire la portata della scoperta conviene partire dalle basi. L’infiammazione è una delle reazioni chiave del sistema immunitario: davanti a infezioni batteriche o lesioni il corpo si difende con arrossamento, gonfiore e aumento della temperatura, e di solito tutto rientra una volta concluso il lavoro. Esiste però una forma persistente, in cui le difese continuano a restare attive a tempo indeterminato. Questa condizione è già stata collegata a patologie come il cancro e il diabete e negli ultimi anni è finita sotto osservazione anche per il suo ruolo nell’insorgenza di aterosclerosi e insufficienza cardiaca.

Infiammazione cronica: un indicatore nel sangue e milioni di persone coinvolte

Fino a oggi i meccanismi con cui questa infiammazione nascosta altera il muscolo cardiaco non erano chiari su scala di popolazione. “Questo studio è il più esteso del suo genere e suggerisce che milioni di persone potrebbero vivere con un’infiammazione nascosta”, ha spiegato Declan O’Regan, autore principale della ricerca e docente all’Imperial College. Secondo lo studioso, il fenomeno potrebbe danneggiare il cuore a lungo termine e far salire il rischio di infarti e ictus. I ricercatori hanno attinto alla UK Biobank, una banca dati che raccoglie campioni di sangue, informazioni genetiche, abitudini di vita e storia clinica di circa 500.000 volontari tra i 40 e i 69 anni residenti nel Regno Unito, iscritti tra il 2006 e il 2010.

Come indicatore è stato scelto il GlycA, cioè l’acetilglicoproteina. Si tratta di un valore che riflette in modo complessivo le catene di zuccheri presenti sulla superficie di diverse proteine legate ai processi infiammatori, misurato tramite spettroscopia di risonanza magnetica nucleare su campioni ematici. Rispetto alla classica proteina C reattiva ad alta sensibilità oscilla meno nel lungo periodo. Su 488.079 partecipanti, in 70.809 casi sono stati ricavati 33 parametri dalle immagini di risonanza magnetica cardiaca, tra cui volume di atri e ventricoli, spessore delle pareti e rigidità vascolare, insieme a 16 parametri provenienti dall’elettrocardiogramma.

Il quadro emerso è piuttosto netto. Con valori di GlycA più alti si osservava una riduzione del volume ventricolare, pareti più spesse e una minore capacità di riempimento durante la diastole. Anche la frequenza cardiaca risultava più elevata, una reazione che gli autori interpretano come compensatoria rispetto al calo della gittata sistolica, ovvero la quantità di sangue pompata nell’aorta a ogni contrazione. Sul lungo periodo chi rientrava nel 20% con i valori più alti mostrava un rischio cardiovascolare superiore del 43% rispetto al 20% con i valori più bassi, con eventi gravi come infarto del miocardio, ictus o insufficienza cardiaca.

Stile di vita, salute mentale e geni nel quadro dell’infiammazione

Analizzando 80 proteine coinvolte nella risposta infiammatoria, il team ha individuato il possibile ruolo delle vie di segnalazione del TNF e dell’interleuchina 1. Una molecola chiamata antagonista del recettore dell’IL1 spiegava da sola il 27% del legame tra GlycA e calo del volume ventricolare sinistro. Alcune di queste proteine sono già oggetto di sperimentazioni cliniche come possibili bersagli farmacologici, e lo studio sottolinea il valore di un intervento precoce, prima della comparsa dei sintomi.

Esaminando 169 fattori ambientali e legati alle abitudini quotidiane insieme a 8 indicatori di composizione corporea, sono emersi in particolare grasso corporeo, fumo, stato mentale e basso livello socioeconomico. Attività fisica, dieta sana e condizioni economiche migliori risultavano invece associate a valori più bassi. “Ci ha sorpreso che, oltre ai fattori di rischio noti come il fumo o la mancanza di esercizio, anche gli aspetti sociali e la salute mentale fossero così strettamente legati all’infiammazione e al danno cardiaco”, ha raccontato O’Regan.

Pure la genetica ha un peso. Sono state trovate 101 combinazioni in cui il rischio genetico modificava il rapporto tra ambiente di vita e infiammazione e 49 in cui incideva sul rischio di eventi cardiovascolari, come nel caso della situazione lavorativa. Gli autori precisano comunque che una predisposizione genetica o un contesto sfavorevole non portano per forza alla malattia, e che combinare esami del sangue e profilo genetico potrebbe aiutare a individuare chi trarrebbe più beneficio da un intervento tempestivo. Secondo O’Regan, ridurre fumo e obesità è già un modo concreto per contrastare l’infiammazione. Va ricordato che il 95% dei partecipanti si è definito di etnia bianca, che l’analisi mostra un’associazione statistica e non un nesso causale diretto e che la misurazione del GlycA tramite risonanza magnetica non è ancora diffusa nella pratica clinica.

Fonte: TecnoAndroid

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