Con Honor Virtual Permissions cambia il modo in cui uno smartphone gestisce le richieste di accesso ai dati personali. Capita a chiunque: si installa un’applicazione qualsiasi e, dopo pochi secondi, ecco la richiesta di entrare nella cronologia delle chiamate, nei messaggi o nella fotocamera. Peccato che quell’accesso, spesso, non c’entri assolutamente nulla con quello che l’app dovrebbe fare. Honor ha pensato a una soluzione diversa dal solito, e la chiama appunto Virtual Permissions.
Come funziona il trucco dei dati falsi
Il principio è tanto furbo quanto semplice da spiegare. Di norma, quando si nega un permesso a un’app, quest’ultima va in tilt: smette di funzionare o diventa praticamente inutilizzabile. Qui invece il sistema sceglie un’altra strada. Non dice di no, ma fornisce dati vuoti o falsi. Registro chiamate completamente bianco, messaggi che non esistono, un accesso alla fotocamera che in realtà non porta da nessuna parte. L’app è convinta di aver ottenuto quello che ha chiesto, però non riceve nulla di reale.
La cosa interessante è che Honor lavora a livello di sistema operativo. Tradotto: la sostituzione dei dati dovrebbe funzionare con quasi tutte le app, anche con quelle più insistenti nel pretendere permessi a raffica. Non si tratta di un semplice blocco applicativo, di quelli che un programma un po’ smaliziato riesce ad aggirare. È un intervento più profondo, che agisce direttamente sul modo in cui l’app dialoga con il telefono. La funzione arriva su MagicOS, a partire dalla versione 10.0.0.160, ed è già in distribuzione sui dispositivi Honor compatibili in questo mese.
Dalla Cina al resto del mondo, forse
L’annuncio ufficiale è comparso su Weibo, quindi pensato per il pubblico cinese. Ma, a guardare le cose dal punto di vista tecnico, non esiste nessun ostacolo che impedisca a Virtual Permissions di sbarcare anche sui dispositivi venduti nel resto del mondo. Honor, per ora, non ha confermato in modo ufficiale una distribuzione internazionale. L’ipotesi però non è affatto campata in aria, anzi.
A dirla tutta, l’idea di fondo non nasce oggi. Negli anni alcune ROM personalizzate e diversi strumenti di terze parti hanno già proposto qualcosa di simile, permettendo agli utenti più esperti di ingannare le app con informazioni fasulle. La differenza, stavolta, sta nel fatto che a integrarla è un produttore mainstream, direttamente dentro il sistema operativo. Niente smanettamenti, niente procedure complicate: la funzione diventa accessibile a chiunque, anche a chi di tecnologia mastica poco.
Il tema della privacy e dei dati raccolti dalle applicazioni è diventato sempre più centrale nelle conversazioni sugli smartphone. Tra app che chiedono accessi sproporzionati e utenti che spesso accettano senza nemmeno leggere, una soluzione del genere arriva al momento giusto. E rappresenta una mossa che altri produttori farebbero bene a tenere d’occhio, perché trovare un modo per tutelare chi usa il telefono senza rompere il funzionamento delle app non è affatto banale.