Vai al contenuto
Offerte

HADALUS, il drone Raytheon rilascia il payload sott’acqua

In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni

Un test in mare ha mostrato quello che finora era rimasto sulla carta: HADALUS, drone subacqueo sviluppato da Raytheon insieme a Composite Energy Technologies, ha rilasciato un carico restando sott’acqua, senza risalire in superficie e senza appoggiarsi a una nave. Sembra un dettaglio tecnico da addetti ai lavori, in realtà è il punto attorno a cui ruota tutta la questione. Per un mezzo autonomo degli abissi nascondersi non è mai stato il problema. Il problema è fare qualcosa di concreto una volta arrivato dove serve.

La prova è stata osservata dalla U.S. Navy e viene descritta come la prima dimostrazione in mare di questa capacità integrata su un veicolo del genere. Non un rilascio simulato in vasca, non un modello matematico, ma un lancio vero in ambiente reale, con tutte le variabili che l’acqua salata porta con sé.

Perché lanciare un payload senza emergere cambia le carte

Il ragionamento della Marina statunitense è abbastanza lineare. I droni subacquei, fino a oggi, sono stati soprattutto occhi e orecchie: piattaforme di osservazione, raccolta dati, sorveglianza. Utilissime, ma passive. Il salto che si sta cercando di fare è verso mezzi in grado di portare a termine missioni più articolate, dove il veicolo non si limita a guardare ma agisce.

Nel caso di HADALUS lo schema operativo immaginato è questo: il drone raggiunge in autonomia l’area di interesse, usa sonar e sensori per individuare oppure ritrovare un obiettivo, e a quel punto rilascia il proprio payload restando immerso. Nessuna risalita, nessun momento di esposizione, nessuna finestra in cui il mezzo diventa visibile a chi sta cercando proprio quel genere di firma.

Il beneficio più evidente riguarda chi resta indietro. Una nave o un sottomarino con equipaggio non ha bisogno di avvicinarsi alla zona calda, perché il lavoro sporco lo fa il veicolo autonomo. E un drone di quelle dimensioni, che si muove in profondità e non emerge mai, è molto più difficile da localizzare rispetto a un’unità di superficie o a un battello tradizionale.

Raytheon e CET, un mezzo pensato per gli abissi

Dietro al progetto ci sono due nomi che lavorano su fronti complementari. Raytheon porta l’esperienza sui sistemi d’arma e sull’integrazione dei carichi, mentre Composite Energy Technologies si è occupata della parte strutturale e dei materiali, quelli che permettono a uno scafo di reggere le pressioni a cui si va incontro scendendo di quota. Il nome stesso del veicolo richiama la zona adale, la fascia più profonda degli oceani, e dice parecchio sull’ambizione del programma.

La Marina statunitense osserva con attenzione perché un mezzo così si inserisce in una logica che va oltre il singolo test. Se un drone subacqueo può navigare da solo, cercare, riconoscere e poi rilasciare qualcosa senza mai farsi vedere, l’intero concetto di presenza navale cambia forma. Meno unità grandi esposte, più sistemi piccoli difficili da intercettare, distribuiti sotto la superficie.

Condividi:
44 Condivisioni