La guerra in Iran sta producendo conseguenze che vanno ben oltre il piano umano e geopolitico. Perché ogni conflitto armato porta con sé anche un costo ambientale enorme, spesso sottovalutato. E i numeri che emergono da una recente analisi sono davvero impressionanti: in appena due settimane, le emissioni di gas serra generate dal conflitto tra Iran e Stati Uniti hanno raggiunto un livello paragonabile a quello prodotto da un milione di automobili a benzina. I danni climatici? Stimati in oltre 1,1 miliardi di euro. A firmare lo studio sono i ricercatori della Queen Mary University di Londra, della Lancaster University e del Climate and Community Institute.
Al di là delle vittime e dell’impatto devastante sulla vita dei civili, che restano ovviamente la priorità assoluta, il peso ambientale della guerra in Iran merita attenzione. Perché racconta qualcosa di profondo su come i conflitti moderni lascino cicatrici anche sul pianeta.
I numeri dello studio: quanto inquina davvero questo conflitto
Tra il 28 febbraio e il 14 marzo sono finite nell’atmosfera oltre 5 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, che è la misura standard dell’impronta carbonica. Per capire la portata: è più di quanto l’intera Islanda produca in un anno intero. La fetta più grossa di queste emissioni arriva dalla distruzione delle infrastrutture civili. I circa 20.000 edifici colpiti dagli attacchi hanno generato da soli circa 2,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalente.
Subito dopo vengono le operazioni militari vere e proprie, con un consumo stimato tra 150 e 270 milioni di litri di carburante da parte di aerei, navi e veicoli terrestri, per altre 529.000 tonnellate. Un dettaglio che rende bene l’idea: un singolo caccia F-35 brucia tra 5.600 e 6.500 litri di cherosene in una sola missione di combattimento, emettendo una quantità di CO2 paragonabile all’intero ciclo di vita di un’automobile tradizionale.
E la guerra in Iran non si è limitata al territorio iraniano. Nelle prime due settimane sono stati registrati oltre 300 attacchi a infrastrutture civili e militari distribuiti tra Iran, Iraq, Israele, Kuwait, Giordania, Cipro, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Oman e Azerbaigian. Di questi, 232 hanno comportato rischi ambientali diretti: incendi di raffinerie, dispersione di metalli pesanti e inquinamento delle acque del Golfo Persico.
C’è poi un confronto che colpisce parecchio. Nel caso della guerra tra Israele e Palestina, le emissioni corrispondevano a 7,6 milioni di veicoli a benzina. Ecco, la CO2 equivalente del conflitto in Iran risulterebbe già quadruplicata rispetto a quei valori.
Cosa succederebbe se il conflitto durasse un anno
Se la crisi dovesse protrarsi per dodici mesi, l’impatto climatico raggiungerebbe 131 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Un peso paragonabile all’economia del Kuwait, oppure alla somma delle emissioni degli 84 Paesi con i valori più bassi al mondo. Ma anche con una durata inferiore, le emissioni della guerra in Iran sono destinate a crescere per almeno tre ragioni: il ripristino degli arsenali statunitensi e israeliani, gli incendi e le perdite dagli impianti petroliferi colpiti, e il dispiegamento di ulteriori navi militari da parte di altri Paesi.
E poi c’è il capitolo della ricostruzione, che forse è il dato più sorprendente di tutti. Per Gaza e il Libano, le emissioni generate dalle opere di ripristino potrebbero risultare almeno 24 volte superiori a quelle prodotte durante i combattimenti. Il che significa che il costo ambientale di un conflitto non finisce affatto con il cessate il fuoco.