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Google, il giudice ordina: app store alternativi più facili

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Un giudice federale di San Francisco ha ordinato a Google di rendere molto più semplice l’installazione degli app store alternativi su Android, smontando pezzo per pezzo una serie di passaggi che, secondo il tribunale, servivano solo a scoraggiare gli utenti. A un mese di distanza da quello che sembrava un cessate il fuoco tra Epic Games e Google sul futuro della distribuzione delle app, le due aziende sono tornate davanti al giudice James Donato, che non ha usato giri di parole: alcuni di quei passaggi sono “attrito anticoncorrenziale” e vanno eliminati.

Il contesto è noto a chi segue la vicenda da tempo. Sono passati quasi tre anni da quando una giuria ha stabilito all’unanimità che Google deteneva un monopolio illegale sulle app Android, e quasi due da quando Donato ha deciso che il modo migliore per smontare quel monopolio fosse aprire per forza il canale di distribuzione. Da lì l’obbligo di ospitare gli store concorrenti dentro il Google Play Store e di dare ai rivali accesso completo al catalogo di app di Google, per diversi anni.

La dimostrazione dal vivo che ha convinto il giudice

Epic ha portato in aula una demo live, mostrando quanti passaggi servono oggi per arrivare a installare uno store concorrente. L’avvocato Yonatan Even ha cominciato dalla ricerca: digitando “store for apps” nel Play Store non compare nessuno store di terze parti, solo negozi fisici. “Aspetta, perché è uscito Walmart?” ha chiesto Donato. “Non va bene”, ha aggiunto.

La reazione è stata immediata. “Questo non è accettabile, va sistemato. Voglio ogni possibile variante formulata anche solo al 70% in modo corretto”, ha ordinato il giudice. I legali di Google hanno accettato di intervenire.

Stesso discorso per un dettaglio apparentemente minimo ma tutt’altro che neutro: per installare un app store di terze parti bisogna prima premere un pulsante “visualizza” e solo dopo si arriva a “installa”. Donato ha notato che con Apple Music una cosa del genere non succede. “Fate diventare quel pulsante installa, non visualizza”, ha detto. Google ha acconsentito anche qui.

Il banner che nasconde i concorrenti

Il terzo punto è forse il più pesante dal punto di vista commerciale. Epic ha mostrato che cercando “app store”, o perfino digitando direttamente Aptoide, cioè il primo store rivale approdato dentro il Play Store, Google non restituisce un normale elenco di risultati. Compare invece un banner che porta a una pagina dedicata agli store di terze parti.

Secondo Even il problema non riguarda solo i nuovi arrivati. Aziende già affermate come Amazon potrebbero rinunciare del tutto a lanciare un proprio store, sapendo di perdere la possibilità di apparire nei risultati di ricerca normali. Donato ha ordinato a Google di sistemare anche questo, spiegando che il meccanismo non ha senso. “Perché non compare ‘stai cercando musica?’ quando si digita ‘negozio di musica’?” ha chiesto.

Una settimana di tempo per adeguarsi

L’avvocato di Google ha replicato che Epic e Google avevano già concordato che gli store di app rappresentano una categoria speciale, dotata di permessi avanzati. Per Donato, però, l’avviso presente sulla pagina dedicata agli store di terze parti basta e avanza a coprire quell’esigenza. Non serve chiedere a un utente se vuole davvero quello che ha appena cercato, che sia un negozio di videogiochi o un bicchiere d’acqua.

“Sappiamo tutti che quando si entra in uno store di Google o di Apple e si digita il nome di un’app, si ottiene la cosa cercata più altre dieci che non interessano”, ha detto il giudice, convinto che l’utente medio non si confonda ricevendo esattamente ciò che ha chiesto. “Togliete la schermata ‘stai cercando’, non ha alcuno scopo. Lì c’è un attrito che non serve a niente.”

Sui tempi Donato è stato altrettanto diretto, chiedendo a Google di completare le modifiche entro una settimana e di segnalare eventuali problemi.

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