In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni
Nel 1638 Galileo Galilei mise nero su bianco un ragionamento che, a distanza di secoli, continua a spiazzare chi lo incontra per la prima volta: gli esseri umani giganti non possono esistere, o almeno non nella forma armoniosa e proporzionata che l’immaginazione popolare ha sempre attribuito loro. Quando si scrive tanto quanto ha scritto Galileo, capita che alcune pagine restino in ombra per lungo tempo, e quelle dedicate ai giganti sono un esempio quasi perfetto di questo destino. Il tema salta fuori solo dopo che sono stati sviscerati i pianeti, i telescopi, il moto dei corpi e tutto il resto.
Il punto di partenza è disarmante nella sua semplicità. Ingrandire un corpo non significa ingrandire tutto nella stessa misura, perché volume e superficie non crescono con lo stesso ritmo. Raddoppiando le dimensioni di una figura, il peso aumenta molto più rapidamente della sezione delle ossa che devono sostenerlo. Ecco perché un ipotetico uomo alto il doppio del normale non si troverebbe semplicemente in una versione maggiorata della propria vita quotidiana, ma in un corpo che rischia di cedere sotto il proprio stesso carico.
Perché un gigante dovrebbe essere per forza deforme
La conclusione a cui arriva Galileo è che un gigante, per stare in piedi, dovrebbe avere ossa spropositate rispetto a quelle di una persona di taglia normale. Non un poco più robuste, ma talmente ingrossate da diventare irriconoscibili, tozze, quasi grottesche. La parola che descrive meglio il risultato è mostruoso, e non nel senso spaventoso del termine, quanto in quello letterale di qualcosa che si allontana dalla forma naturale. Un corpo del genere non sarebbe la copia gigantesca di un essere umano, ma una creatura diversa, appesantita, con proporzioni che nessun artista avrebbe voglia di dipingere.
Qui sta il colpo di genio del ragionamento. Non serve nessun esperimento complicato, nessuna misurazione impossibile per l’epoca. Basta la geometria applicata alla materia, ed è proprio questo che rende il discorso di Galileo tanto solido. Le stesse regole valgono per le colonne, per le travi, per i rami degli alberi. La natura, insomma, non può ingrandire liberamente le sue creature senza pagare un prezzo in termini di struttura.
Un’idea nata dentro un libro scritto in esilio
Il testo del 1638 arriva in un momento particolare della vita dello scienziato pisano, quando la libertà di movimento era ormai un ricordo e la scrittura restava lo strumento principale per continuare a lavorare. In quelle pagine il discorso sulla resistenza dei materiali si intreccia con osservazioni sul corpo animale, e il caso dei giganti serve da esempio limite, quello che rende evidente un principio generale. Non si tratta di una curiosità marginale, ma di uno dei mattoni su cui si costruisce l’idea moderna che la forma dei corpi dipenda dalle forze che devono sopportare.
Vale la pena notare quanto questa intuizione sia rimasta attuale. Ogni volta che si guarda un elefante e si notano le sue zampe massicce, o si osserva quanto siano sottili le gambe di un insetto, si sta guardando la stessa legge in azione. Le creature grandi hanno bisogno di sostegni proporzionalmente più massicci, e oltre una certa soglia il progetto smette di funzionare. Gli esseri umani giganti dei racconti, quelli alti come case ma per il resto identici a noi, restano quindi confinati nella narrativa. Il ragionamento del 1638 non nega che possano esistere animali enormi. Dice qualcosa di più preciso e più interessante, ovvero che per diventare enormi bisogna cambiare forma, e che la somiglianza con il modello di partenza si perde lungo la strada.










