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Fujifilm quintuplica i nastri magnetici: l’AI rilancia lo storage

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L’intelligenza artificiale sta riportando al centro dell’industria informatica una tecnologia che in molti consideravano ormai archiviata, quella dei nastri magnetici. Mentre i produttori di semiconduttori investono miliardi per accelerare l’elaborazione dei modelli generativi, chi gestisce i data center deve affrontare una questione altrettanto delicata, cioè conservare quantità enormi di informazioni senza far lievitare i costi energetici e quelli legati allo storage.

I segnali vanno tutti nella stessa direzione. Fujifilm prepara il più importante ampliamento della produzione di nastri degli ultimi 20 anni, mentre Seagate registra ricavi complessivi in crescita del 61% su base annua, spinti dalla richiesta di hard disk ad alta capacità destinati ai data center. Intanto le moderne cartucce LTO possono già ospitare 40 TB di dati non compressi, con la possibilità teorica di arrivare a 100 TB grazie alla compressione.

Non c’entra nulla la nostalgia per le tecnologie di una volta. Il primo standard LTO, pensato come formato aperto per garantire la compatibilità tra supporti e unità di produttori diversi, risale al 2000, ma da allora capacità, materiali e sistemi di lettura hanno fatto passi enormi. Oggi il nastro risolve un problema che le unità SSD, pur sempre più veloci e capienti, non riescono ad affrontare con la stessa convenienza economica, ovvero custodire per anni grandi volumi di informazioni consultate di rado.

Fujifilm quintuplica la produzione per inseguire la domanda dell’AI

Secondo fonti vicine all’azienda giapponese, Fujifilm punta a investire oltre 55 milioni di euro per moltiplicare per 5, entro l’esercizio fiscale 2028, la propria capacità di fornitura misurata in dati archiviabili rispetto ai livelli del 2025. Gli sforzi si concentreranno soprattutto sui supporti ad alta densità, quelli capaci di toccare 100 TB per cartuccia considerando la compressione. Un’espansione di questa portata nel comparto dei nastri magnetici non si vedeva da un ventennio.

A spingere la scelta non sono soltanto i classici backup aziendali, ma soprattutto le esigenze dei grandi operatori cloud e dei centri di calcolo dedicati all’intelligenza artificiale. Durante addestramento, sviluppo e revisioni successive, le organizzazioni maneggiano raccolte gigantesche di immagini, video, documenti, codice sorgente, dati sintetici e risultati intermedi. Una parte deve restare subito disponibile, altre collezioni invece possono rimanere ferme per mesi senza perdere valore, come i dataset usati per una versione precedente di un modello, i registri degli esperimenti o le informazioni utili a verificare la riproducibilità dei risultati.

Sono i cosiddetti dati freddi, per i quali conta poco la velocità di lettura e conta molto ridurre il costo complessivo della conservazione, mantenendo garanzie adeguate di integrità e recuperabilità. Tenere centinaia di petabyte solo su SSD sarebbe poco sostenibile, così un’infrastruttura razionale distribuisce i carichi in base alla frequenza di accesso. Le unità a stato solido gestiscono i contenuti più richiesti, gli hard disk offrono tanto spazio a un prezzo per terabyte più basso e i nastri custodiscono ciò che può essere recuperato anche con tempi più lunghi.

Come funziona un nastro LTO 10 e dove sta il vantaggio

Con le cassette dei vecchi computer domestici c’è ben poco in comune. I supporti LTO 10, introdotti nel 2025, sfruttano materiali magnetici avanzati, testine di lettura estremamente precise e sistemi di controllo in grado di registrare migliaia di tracce su una pellicola sottilissima. La decima generazione prevede cartucce da 30 e 40 TB nativi, con particelle di ferrite di bario arricchita con stronzio, e la versione più capiente adotta un substrato in aramide più sottile che permette di avvolgere più nastro senza cambiare le dimensioni esterne. Va detto che video già codificati, archivi cifrati e file compressi difficilmente consentono di sfruttare fino in fondo la compressione.

Anche la densità è cresciuta parecchio. LTO 10 utilizza 15.104 tracce contro le 8.960 di LTO 9, con un incremento del 68,5%, e un sistema di posizionamento ad alta precisione aiuta la testina a seguire piste sempre più strette compensando vibrazioni e piccoli movimenti. Il trasferimento arriva a 400 MB/s senza compressione e può salire in teoria a 1.200 MB/s con dati comprimibili. In lettura sequenziale il nastro è tutt’altro che lento, il limite emerge quando bisogna recuperare tanti piccoli file sparsi, perché il supporto deve scorrere fisicamente fino al punto giusto.

Il vero asso nella manica dello storage su nastro riguarda però l’energia. Una cartuccia estratta dall’unità conserva i dati senza alcuna alimentazione, mentre un archivio su hard disk richiede corrente per dischi, controller e componenti di contorno, anche con le politiche di risparmio attive. Per questo, con una stima di massima, il costo di archiviazione su nastro può risultare fino a circa 30 volte inferiore rispetto agli SSD. I grandi archivi si appoggiano spesso a tape library robotizzate, armadi pieni di alloggiamenti e lettori dove meccanismi automatici prelevano la cartuccia richiesta e la inseriscono nell’unità corretta, riducendo gli interventi manuali ma aggiungendo latenza per caricamento e posizionamento del supporto.

Fonte: TecnoAndroid

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