Riparare la propria auto senza scontrarsi con muri burocratici o vincoli tecnici potrebbe diventare presto molto più semplice negli Stati Uniti, e a spingere in questa direzione è arrivato un provvedimento firmato da Donald Trump. Si chiama Freedom to Fix ed è un memorandum pensato per rafforzare quello che negli ambienti del settore viene chiamato diritto alla riparazione, il famoso Right to Repair. Un tema che da anni fa discutere, mettendo di fronte Case automobilistiche, officine indipendenti e associazioni dei consumatori, ognuna con la propria idea su quanto un proprietario possa davvero mettere le mani sulla sua vettura.
Secondo Trump, negli ultimi anni le normative e certe restrizioni imposte dai costruttori hanno finito per gonfiare inutilmente i costi a carico degli automobilisti, togliendo loro la possibilità di intervenire in autonomia sul proprio mezzo. Durante la firma non ha usato mezze parole, arrivando a dire che “arrestavano cittadini che si riparavano l’auto, una follia”. Il senso dell’iniziativa, nelle sue intenzioni, è restituire ai proprietari la libertà di occuparsi di manutenzione e riparazioni senza il timore di beccarsi una sanzione, a patto di riportare il veicolo alle sue condizioni originali.
Il ruolo dell’EPA e le tensioni con i costruttori
Entrando nel concreto, il memorandum affida all’Environmental Protection Agency un compito preciso e con tempi stretti. Entro 30 giorni l’agenzia dovrà chiarire quali interventi sui sistemi di controllo delle emissioni possano essere effettuati dai privati. Non solo. Il testo chiede anche di accelerare l’omologazione dei componenti aftermarket e di adottare un atteggiamento meno rigido verso chi, in buona fede, ripara la propria vettura mantenendone la configurazione di partenza. In pratica si vuole distinguere tra chi manomette e chi semplicemente cerca di rimettere in sesto la propria auto.
L’amministrazione porta avanti anche un ragionamento economico. Più ricambi compatibili disponibili e un accesso più agevole agli strumenti diagnostici, secondo questa visione, aiuterebbero la concorrenza, abbasserebbero il conto delle riparazioni e darebbero ossigeno alle officine indipendenti, spesso schiacciate dai vincoli imposti dai grandi marchi. Un argomento che tocca da vicino il portafoglio di chi guida ogni giorno.
Dall’altra parte della barricata ci sono le Case automobilistiche, che continuano a difendere alcune di quelle limitazioni. La loro tesi è che certi paletti servano a garantire sicurezza informatica, rispetto delle normative ambientali e affidabilità di sistemi elettronici ormai sempre più intricati. Con auto piene di software e centraline collegate, mettere mano senza cognizione di causa potrebbe creare problemi, questo il ragionamento di fondo. Il confronto, insomma, è tutt’altro che chiuso.
Il dibattito sul Right to Repair non è certo una novità né negli Stati Uniti né in Europa, dove il tema viene affrontato da tempo. Ma un provvedimento come questo rischia di riaccendere la discussione anche a livello internazionale, con effetti che potrebbero farsi sentire sul mercato automobilistico e sulle regole future dedicate alla manutenzione dei veicoli.