L’euro digitale ha appena superato uno degli ostacoli più importanti sulla sua strada, con il via libera ufficiale arrivato dal Parlamento Europeo. Un passaggio che segna l’inizio concreto di un percorso pensato per modernizzare i sistemi di pagamento in tutta l’Eurozona, con una nuova moneta elettronica destinata ad affiancare le banconote senza però mandarle in pensione.
Durante la seduta plenaria di giovedì 9 luglio 2026, come del resto era stato anticipato il mese prima, l’assemblea ha dato il proprio ok al regolamento che fissa il quadro normativo per introdurre questa valuta. Attenzione a non confonderla con altro: non stiamo parlando di una criptovaluta e nemmeno di una stablecoin. Si tratta piuttosto dell’equivalente elettronico del contante, emesso e garantito direttamente dalla Banca Centrale Europea.
Come funzionerà la nuova moneta elettronica
Il meccanismo è pensato per essere semplice. Avrà corso legale e un valore nominale costante, il che significa che un euro digitale corrisponderà sempre e comunque a un euro fisico. Per usarlo servirà un portafoglio digitale dedicato, con cui gestire il saldo, fare acquisti online e nei negozi, oppure trasferire soldi ad altre persone tramite un alias al posto del solito IBAN.
Nonostante l’approvazione formale, la strada per vederlo nelle nostre tasche è ancora lunga. Le previsioni attuali parlano di un debutto vero e proprio a partire dal 2029, al termine di una fase di sperimentazione descritta come rigorosa. Prima di allora la BCE ha in programma un progetto pilota che dovrebbe partire nella seconda metà del 2027, si dice a settembre, e proseguire per dodici mesi.
Il ruolo dell’Italia nella fase di test
In questa fase i pagamenti verranno provati sul campo, in un ambiente controllato, da una cerchia ristretta di volontari. Si parla di un numero compreso tra 5 e 10 mila persone, scelte tra i dipendenti delle banche centrali nazionali e della stessa BCE, insieme a qualche commerciante. In tutta l’area euro saranno coinvolti circa quaranta operatori finanziari per mettere a disposizione le infrastrutture necessarie. L’Italia qui gioca un ruolo di primo piano, con ben sette candidature presentate da realtà importanti del settore creditizio e dei pagamenti digitali: Intesa Sanpaolo tramite Isybank, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Iccrea, Banca Sella, Nexi e Numia. Un pacchetto niente male, insomma.
Non mancano però le perplessità. L’arrivo di una moneta digitale ha sollevato dubbi, in particolare tra le forze politiche di destra, sui potenziali rischi per la privacy e sul controllo delle transazioni finanziarie. Il regolamento prova a rispondere con alcune garanzie precise a tutela di consumatori e banche. I pagamenti effettuati offline, ad esempio, non coinvolgeranno terze parti e offriranno un livello di riservatezza paragonabile a quello del contante fisico, con la BCE che non potrà tracciare i singoli movimenti. C’è poi un altro paletto importante. La nuova valuta non potrà maturare interessi e sarà soggetta a un limite massimo di detenzione nel portafoglio, con un tetto che dovrebbe collocarsi tra i 3.000 e i 5.000 euro.
La spinta dietro tutto questo nasce da un dato concreto, ovvero il calo netto nell’uso del contante degli ultimi anni. A questo si aggiunge la volontà di dotare l’Europa di un’infrastruttura pubblica autonoma, capace di fare a meno dei circuiti privati non europei, in gran parte statunitensi. Tra gli obiettivi ci sono anche la riduzione della frammentazione, l’azzeramento delle commissioni per i servizi di base offerti ai consumatori e costi più contenuti per i commercianti, che così guadagnerebbero potere contrattuale nei confronti dei fornitori privati. Senza dimenticare la spinta verso la massima inclusione finanziaria, dando la possibilità di ricevere e inviare pagamenti digitali anche a chi non possiede un conto bancario.