La ricerca di pianeti abitabili al di fuori del nostro sistema solare ha appena fatto un passo avanti significativo. Un team di astronomi ha setacciato migliaia di esopianeti conosciuti e ne ha selezionati meno di 50 che potrebbero davvero avere le condizioni giuste per ospitare forme di vita. Non si parla di ipotesi vaghe o speculazioni: i ricercatori hanno incrociato dati freschi provenienti dalla missione Gaia dell’ESA con gli archivi della NASA, restringendo il campo in modo drastico.
Il punto centrale dello studio è un concetto che torna spesso quando si parla di astrobiologia: la cosiddetta zona abitabile. Si tratta di quella fascia orbitale attorno a una stella dove le temperature non sono né troppo alte né troppo basse, e dove l’acqua potrebbe esistere allo stato liquido sulla superficie di un pianeta. Sembra una condizione banale, ma in realtà è incredibilmente rara. Su migliaia di mondi catalogati finora, pochissimi soddisfano contemporaneamente il requisito di essere rocciosi e di trovarsi nella posizione giusta rispetto alla propria stella.
TRAPPIST 1 e Proxima Centauri tra i più papabili
Tra i candidati più interessanti ci sono pianeti rocciosi che orbitano attorno a stelle relativamente vicine a noi. Si parla di sistemi come TRAPPIST 1 e Proxima Centauri, che si trovano a poche decine di anni luce dalla Terra. Non esattamente dietro l’angolo, certo, ma in termini cosmici è praticamente il nostro vicinato. TRAPPIST 1, in particolare, continua a far parlare di sé perché ospita più pianeti nella zona abitabile, il che lo rende un laboratorio naturale straordinario per capire dove cercare tracce di vita.
La missione Gaia, lanciata dall’Agenzia Spaziale Europea, ha fornito dati di precisione senza precedenti sulle distanze e le proprietà delle stelle. Questo ha permesso agli scienziati di ricalcolare con molta più accuratezza i confini della zona abitabile per ciascun sistema stellare analizzato. Quando si combinano queste informazioni con i dati sulle dimensioni e la composizione degli esopianeti già noti, il filtro diventa molto severo. Ed è proprio per questo che il numero finale è così basso: meno di 50 su migliaia.
Una lista breve ma affidabile
Avere una lista così ristretta non è affatto una cattiva notizia. Anzi, per chi lavora nel campo dell’esplorazione spaziale e della ricerca di vita extraterrestre, significa poter concentrare le risorse su obiettivi precisi. I telescopi di nuova generazione, come il James Webb Space Telescope, possono analizzare le atmosfere di questi mondi e cercare molecole che potrebbero indicare attività biologica. Ma servono tempo e potenza di calcolo enormi per ogni singolo pianeta, quindi sapere esattamente dove puntare fa tutta la differenza.
I pianeti abitabili identificati in questo studio rappresentano quindi una sorta di lista prioritaria. Non c’è garanzia che su qualcuno di essi esista davvero la vita, ma le condizioni di base ci sono. E con strumenti sempre più potenti a disposizione, questi meno di 50 mondi rocciosi diventeranno probabilmente i bersagli principali delle campagne osservative dei prossimi anni.