Con il lancio di alcuni embrioni umani simulati nello spazio, la Cina ha deciso di spingersi dove finora era arrivata soltanto la fantascienza. Ora che la corsa alla colonizzazione lunare ha ripreso vigore dopo le ultime dichiarazioni della NASA, il paese asiatico sta tentando di varcare una frontiera biologica che fino a poco tempo fa si poteva soltanto immaginare. L’idea di fondo è capire se la nostra specie potrà mai diventare davvero multiplanetaria, come sogna Elon Musk, aggirando con una mossa furba i nodi etici che da sempre frenano la scienza biomedica tradizionale.
Cosa è stato spedito davvero in orbita
Niente feti reali, sia chiaro. Si parla di strutture cellulari sofisticate, costruite in laboratorio per osservare da vicino come il corpo umano reagisce alle condizioni estreme dell’ambiente cosmico. Questi embrioni artificiali sono saliti a bordo della navetta cargo Tianzhou-10, lanciata il 10 maggio verso la stazione spaziale Tiangong. Insieme a oltre 6 tonnellate di rifornimenti ed equipaggiamento scientifico destinati agli astronauti, il vettore ha portato in orbita proprio questi particolari agglomerati di cellule staminali umane.
A svilupparli è stato l’Istituto di Zoologia dell’Accademia Cinese delle Scienze. I campioni riproducono due momenti precisi dello sviluppo biologico, quelli compresi tra i 14 e i 21 giorni dal concepimento. In parole povere, la fase dell’impianto nella parete uterina e quella della gastrulazione, quando le cellule iniziano a organizzarsi per dare forma ai futuri organi. Sono passaggi delicatissimi, e poterli osservare lontano dalla Terra apre scenari che fino a ieri restavano confinati nei film.
Cinque giorni di crescita e poi il congelamento
L’esperimento prevede una crescita controllata di cinque giorni dentro i laboratori orbitali. Dopo di che i modelli vengono congelati, pronti ad affrontare il viaggio di ritorno verso casa. Una volta sulla Terra saranno analizzati e messi a confronto con un gruppo di controllo identico, rimasto nei laboratori terrestri. È il classico metodo del confronto: stesse condizioni di partenza, ambienti diversi, e si guarda cosa cambia.
Gli scienziati vogliono soprattutto misurare l’impatto dell’assenza di gravità e delle radiazioni cosmiche. Sono fattori che, stando a studi recenti, accelerano l’invecchiamento cellulare e disorientano persino gli spermatozoi. La domanda di fondo è una sola, e neanche tanto astratta: cosa succederà il giorno in cui l’uomo proverà a riprodursi sulla superficie di altri pianeti, oppure a bordo di future navicelle interplanetarie?
Questa, comunque, è soltanto la prima fase. Sono già previsti test paralleli su embrioni di topo e di pesce zebra, per allargare il quadro e capire quanto le risposte biologiche cambino tra una specie e l’altra. Resta aperta la domanda più grande di tutte: i concepimenti naturali fuori dal nostro pianeta saranno mai possibili, o toccherà affidarsi a tecniche di fecondazione in vitro studiate apposta per l’ambiente spaziale?