I data center costruiti per alimentare l’intelligenza artificiale stanno diventando un problema ambientale difficile da nascondere, e i numeri appena pubblicati da Google e Amazon lo dimostrano senza troppi giri di parole. La corsa ai supercomputer, quella che qualcuno ha già ribattezzato la nuova febbre dell’oro digitale, sta facendo lievitare consumi di energia ed emissioni a un ritmo che manda in fumo gli obiettivi climatici delle grandi aziende tech.
I dati parlano chiaro. Le emissioni complessive di Google sono salite del 25% rispetto all’anno precedente, mentre quelle di Amazon hanno registrato un aumento del 16%. Nei comunicati ufficiali le due società evitano di puntare il dito direttamente contro l’IA, ma i documenti tecnici raccontano un’altra storia: il boom edilizio dei data center è di fatto l’unico vero responsabile di questa inversione di rotta rispetto agli impegni ambientali presi in passato.
Il nodo delle emissioni Scope 3 e il carbone asiatico
Il punto debole per la sostenibilità di Mountain View e Seattle si chiama emissioni Scope 3, ovvero tutto l’impatto ambientale indiretto che nasce lungo la catena di fornitura. Per Google queste emissioni sono raddoppiate rispetto al 2019, con un incremento di 2,1 milioni di tonnellate metriche solo nell’ultimo anno. E non è un dettaglio marginale, perché la costruzione e la gestione dei data center dedicati all’intelligenza artificiale generano da sole l’80% dell’impronta ecologica del colosso di Mountain View.
Il problema parte dall’origine, cioè dalla produzione dei chip. Gli acceleratori grafici e i processori neurali più avanzati richiedono lavorazioni ad altissima intensità chimica ed energetica. La gran parte delle fabbriche si trova in Asia, dove l’elettricità arriva ancora in buona misura da combustibili fossili e carbone. Aggiungiamoci le infrastrutture da tirare su, che di per sé richiedono materiali pesantemente inquinanti, e il quadro si complica ulteriormente. Amazon ha toccato un record assoluto, aggiungendo oltre 1,2 Gigawatt di nuova capacità per i data center di AWS nel solo ultimo trimestre dell’anno.
Lo stress idrico e la scommessa sul nucleare
Accanto alla questione energetica ne sta spuntando un’altra altrettanto seria, cioè lo stress idrico. I server che fanno girare i modelli linguistici di grandi dimensioni, come Gemini di Google o quelli ospitati da AWS, lavorano a pieno regime e producono un calore enorme. Per evitare che l’hardware si fonda, i data center usano torri di raffreddamento che evaporano milioni di litri d’acqua dolce ogni giorno. Il report di Google segnala un aumento dei consumi idrici del 34%, un numero che pesa parecchio quando molte di queste strutture sorgono in zone dove le comunità locali già faticano a trovare acqua.
Finora i giganti della tecnologia hanno bilanciato il proprio impatto comprando crediti per l’energia rinnovabile, solare ed eolica. Ma l’IA ha bisogno di un flusso stabile, continuo, che non dipenda dal meteo, la cosiddetta potenza baseload. Per non riaccendere le vecchie centrali a gas naturale, Google e Amazon stanno avviando una transizione energetica mai vista prima, che punta ad aggirare le reti elettriche pubbliche per non mandare in blackout le città.
Le due aziende stanno mettendo miliardi di dollari in progetti energetici autonomi ed emergenti. La direzione è quella dei data center costruiti accanto a fonti dedicate, fuori dalla rete pubblica, con contratti a lungo termine che finanziano la geotermia avanzata e soprattutto i piccoli reattori nucleari modulari, gli SMR. Se la scommessa sul nucleare pulito dovesse andare male, le Big Tech si troveranno costrette a riscrivere da capo tutte le promesse ecologiche fissate per il 2040.