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Capire come nasce la coscienza è forse la sfida più affascinante e sfuggente delle neuroscienze, e un recente studio sull’attività cerebrale di alcuni primati potrebbe offrire qualche indizio in più per venirne a capo. Il cervello rimane l’organo più enigmatico dell’essere umano, e non soltanto suo, perché proprio dalla sua attività elettrica dipende tutto ciò che chiamiamo coscienza. Pensieri, percezioni, la sensazione stessa di esistere passano da lì.
Eppure, per quanto possa sembrare strano, su questo fronte le certezze scarseggiano. Le conoscenze attuali suggeriscono che il cervello sarebbe in grado di elaborare una mole di informazioni ben più ampia di quella che arriva davvero alla consapevolezza. Una parte consistente del lavoro, insomma, potrebbe svolgersi lontano dai riflettori, senza che ce ne accorgiamo. E la questione si complica ulteriormente se si considera che della coscienza in sé sappiamo ancora davvero poco.
Un mistero che la scienza continua a inseguire
Le difficoltà però non hanno mai frenato la ricerca. Il cervello viene studiato senza sosta, osservato, analizzato nel tentativo di comprenderne i meccanismi più profondi. Ed è proprio in questo contesto che si inserisce una scoperta capace, almeno potenzialmente, di aiutare a sciogliere uno dei grandi nodi delle neuroscienze, ovvero il modo in cui la coscienza prende forma.
Curiosamente, la spinta a indagare non è arrivata da un’osservazione condotta direttamente sugli esseri umani. Il punto di partenza è stato un evento che riguarda un mammifero molto vicino a noi, una specie che da tempo rappresenta un riferimento importante per chi si occupa di funzioni cerebrali. Un dettaglio che rende la vicenda ancora più interessante, perché suggerisce come certi meccanismi possano essere osservati anche al di fuori della nostra specie.
Cosa è emerso dallo studio sui macachi
A firmare il lavoro è un gruppo di ricercatori dell’Università della California, Berkeley, guidato dalla neuroscienziata Doris Tsao. Il team ha notato un comportamento del tutto inatteso nell’attività cerebrale di alcuni macachi, emerso nel corso di un esperimento dedicato alla percezione visiva. Niente di programmato, quindi. Un fenomeno saltato fuori mentre si stava osservando altro, come spesso accade nelle scoperte più curiose.
Nello specifico, i segnali neuronali degli animali non restavano stabili ma oscillavano tra due configurazioni differenti con una frequenza sorprendente, circa 15 volte al secondo. Un ritmo rapidissimo, impossibile da cogliere a livello soggettivo, che però lascia una traccia ben precisa nell’attività elettrica del cervello.
La parte più intrigante riguarda il contenuto di queste due configurazioni. Da un lato c’erano le informazioni associate alle immagini effettivamente percepite, dall’altro quelle legate a immagini che sembravano rimanere escluse dalla consapevolezza. In pratica il cervello dei macachi pareva alternarsi di continuo tra ciò che raggiungeva la percezione cosciente e ciò che invece restava ai margini, passando dall’una all’altra condizione circa 15 volte ogni secondo.
Un’altalena velocissima, dunque, che coinvolge sia quello che viene visto in modo consapevole sia quello che, almeno in apparenza, resta escluso dall’esperienza percepita. Proprio questa alternanza tra immagini percepite e immagini fuori dalla consapevolezza è il comportamento che il gruppo guidato da Doris Tsao ha individuato nell’attività cerebrale degli animali durante l’esperimento sulla percezione visiva.
Fonte: TecnoAndroid


