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Un’intelligenza artificiale capace di conversare con naturalezza, di usare gli intercalari giusti e perfino di sembrare empatica non è più fantascienza. Ogni aggiornamento delle funzioni di utilizzo “live” porta questi sistemi un passo più vicino a qualcosa che somiglia a un vero interlocutore. Da qui nasce però una domanda che divide da tempo scienziati e filosofi, cioè se l’AI possa avere una coscienza. Secondo tre ricercatori di primo piano la risposta è no, almeno per le tecnologie attuali e forse anche per quelle future.
L’effetto di realismo, va detto, è sempre più convincente. A rendere credibili queste conversazioni non sono soltanto le parole, ma anche tutti quei piccoli dettagli che nel dialogo tra persone fanno la differenza, dalle pause alle esitazioni fino alle espressioni di riempimento tipiche del parlato. Il risultato raggiunge livelli a dir poco sbalorditivi con ChatGPT in modalità vocale avanzata, un’esperienza che vale la pena provare almeno una volta per capire fin dove si è spinta questa tecnologia.
Intelligenza e coscienza non sono la stessa cosa
Davanti a un assistente vocale così abile viene spontaneo chiedersi se dietro quella voce ci sia davvero una forma di consapevolezza. La risposta degli esperti è un deciso no, ma le ragioni potrebbero sorprendere chi immagina che il problema sia solo una questione di potenza di calcolo. Tutto ruota attorno alla distinzione tra intelligenza e coscienza, intesa come la capacità di vivere esperienze soggettive. Si tratta di due concetti che nel linguaggio comune tendono a sovrapporsi, ma che dal punto di vista scientifico vanno tenuti ben separati.
A porre la questione sono Anil Seth, Ned Block e Giulio Tononi, autori di un articolo pubblicato sulla rivista Nature. Nel loro lavoro i tre studiosi individuano tre ragioni scientifiche per cui le attuali intelligenze artificiali non possono essere considerate coscienti e potrebbero non diventarlo mai. Una posizione netta, che sposta il dibattito dal terreno delle impressioni a quello dei meccanismi concreti con cui funzionano questi sistemi.
L’esempio del cervelletto e il caso dei chatbot
Il primo motivo, come anticipato, riguarda proprio questa differenza tra intelligenza e coscienza. Un sistema è in grado di elaborare informazioni, imparare e prendere decisioni senza provare assolutamente nulla. Per rendere l’idea gli autori citano un esempio che riguarda direttamente il corpo umano, cioè il cervelletto. Questa struttura del cervello coordina movimenti estremamente complessi, dall’equilibrio alla precisione dei gesti quotidiani, eppure le persone non hanno alcuna consapevolezza dei calcoli che esegue. Il lavoro viene svolto in modo impeccabile, ma senza che nessuno lo percepisca come un’esperienza vissuta.
Lo stesso ragionamento si applica ai software conversazionali. Un chatbot può parlare di felicità o di paura con parole appropriate, persino toccanti, senza per questo sperimentare davvero quelle emozioni. Saper descrivere uno stato d’animo, insomma, non equivale a provarlo. La fluidità con cui questi modelli maneggiano il linguaggio emotivo è il frutto di un’elaborazione sofisticata delle informazioni e non la prova di una vita interiore. Proprio qui si trova il cuore del primo argomento proposto da Seth, Block e Tononi, secondo cui l’abilità di un sistema nel simulare una conversazione umana non dice nulla sulla presenza di una coscienza al suo interno.
Fonte: TecnoAndroid


