Il TAR del Lazio ha respinto i ricorsi di Cloudflare e confermato la sanzione da oltre 14 milioni di euro che AGCOM aveva inflitto all’azienda californiana per la violazione della legge n. 93 del 14 luglio 2023, quella che ormai tutti conoscono come legge antipirateria. Una decisione che segna la prima vera vittoria dell’autorità italiana su questo fronte, anche se la partita non è ancora chiusa. Cloudflare ha già fatto sapere che porterà il caso davanti al Consiglio di Stato.
Cosa aveva chiesto AGCOM e perché è scattata la sanzione
La vicenda parte da lontano. Con la delibera 49/25/CONS del 18 febbraio 2025, AGCOM aveva ordinato a Cloudflare di bloccare l’accesso ai contenuti pirata. Come? Disabilitando la risoluzione DNS dei nomi di dominio e fermando l’instradamento del traffico verso gli indirizzi IP segnalati. In parole povere, all’azienda veniva chiesto di chiudere le porte a quei siti che diffondevano materiale illegale.
L’ordine però non è stato rispettato, almeno secondo l’autorità. Da qui la notifica del mancato adempimento e la sanzione vera e propria, quantificata con precisione millimetrica in 14.247.698,56 euro con la delibera 333/25/CONS dell’8 gennaio 2026. Una cifra che pesa, e non poco.
Cloudflare non è rimasta a guardare e ha impugnato la delibera di febbraio elencando cinque motivi di invalidità. Il primo riguarda l’incompetenza territoriale: la sede legale dell’azienda è in Portogallo, quindi secondo la difesa la competenza spetterebbe all’autorità portoghese e non a quella italiana. Poi la carenza di potere, con l’idea che AGCOM non possa imporre ordini vincolanti a soggetti stabiliti fuori dai confini nazionali. Terzo punto, la violazione delle garanzie partecipative, perché la delibera sarebbe stata emanata senza alcuna comunicazione preventiva e senza contraddittorio.
Il nodo Piracy Shield e la decisione del TAR
Gli ultimi due motivi toccano un tema piuttosto delicato. Cloudflare ha contestato un difetto di istruttoria e motivazione, puntando il dito contro Piracy Shield, la piattaforma sviluppata non dalla pubblica amministrazione ma da un soggetto privato, cioè la Lega Calcio Serie A. Secondo l’azienda, lo strumento presenta criticità operative rilevanti e AGCOM avrebbe ordinato la disabilitazione di migliaia di domini e indirizzi IP senza verificare davvero l’attendibilità delle segnalazioni ricevute.
L’ultimo motivo tira in ballo i principi di adeguatezza e proporzionalità. La difesa sostiene che il blocco sia stato disposto senza un vero bilanciamento tra la tutela del diritto d’autore e gli altri interessi in gioco, come la libertà di espressione, il diritto all’informazione e la libertà d’impresa. Interessi che, in una situazione del genere, contano parecchio.
Non finisce qui. Cloudflare ha impugnato anche la delibera dell’8 gennaio 2026, questa volta con undici motivi di invalidità, tra cui l’errata determinazione della sanzione. Il TAR del Lazio ha però respinto tutto in blocco, giudicando i ricorsi inammissibili, irricevibili e infondati. Risultato: l’azienda deve pagare gli oltre 14 milioni di euro, salvo poi giocarsi la carta dell’appello al Consiglio di Stato, che ha già annunciato.
Sulla sentenza è arrivato anche il commento di Massimiliano Capitanio, Commissario AGCOM, che ha sottolineato come la decisione confermi la legittimità di Piracy Shield.


