Il controllo cinese sui materiali critici che servono all’industria tecnologica statunitense è diventato uno dei nodi più delicati della partita commerciale tra le due superpotenze. A inizio maggio Trump è volato in Cina in visita ufficiale, portandosi dietro sull’Air Force One una squadra di amministratori delegati di peso. C’erano i nomi delle big tech, da Cristiano Amon a Tim Cook, passando per Elon Musk e Jensen Huang, ma anche dirigenti dell’energia, dell’industria spaziale e dei semiconduttori. Tra loro, Jim Anderson di Coherent, con una domanda molto precisa in testa: perché la Cina ci mette così tanto a rilasciare le licenze di esportazione del fosfuro di indio.
Ad Anderson quel materiale interessa per un motivo specifico. È essenziale per i chip ottici ad alta velocità, e sebbene possa sembrare una nicchia, è il pezzo che serve ai data center di nuova generazione negli Stati Uniti. E la Cina, come accade con tanti altri metalli strategici, tiene saldamente il controllo.
Perché la luce sta sostituendo il rame nei data center
Dentro un data center corrono chilometri di cavi che collegano i server alla rete e all’energia, ma non sono gli unici. All’interno di ogni macchina i chip sono uniti tra loro via cavo, una tecnologia che funziona ma che sta toccando un limite preciso. Per migliorare latenza e ampiezza di banda, e quindi le prestazioni delle piattaforme di intelligenza artificiale, bisogna ripensare il modo in cui i chip dialogano al loro interno.
Qui entra in gioco l’ottica. Collegando i chip tramite laser, le prestazioni delle macchine si moltiplicano. Nvidia ci crede al punto da aver investito qualche mese fa 4 miliardi di dollari, circa 3,7 miliardi di euro, in due aziende: Lumentum e Coherent. L’idea è che, con un rame ormai al limite, collegare cluster di migliaia di processori via laser sia la risposta al problema fisico che si comincia a incontrare.
Sono componenti con un grado di specializzazione altissimo e richiedono una serie di materiali legati alle terre rare, che restano nelle mani della Cina. Il fosfuro di indio non è un derivato delle terre rare, ma è comunque un materiale strategico. E qui sta il punto dolente.
Il collo di bottiglia che blocca l’industria americana
Gli Stati Uniti vogliono spingere sulla propria indipendenza tecnologica, perché hanno sì le big tech ma producono quasi tutto fuori dai confini. Per riuscirci servono materiali che non controllano. La Cina invece sì, e a ogni veto che arriva da Washington risponde con la stessa moneta, bloccando proprio ciò di cui le aziende americane hanno più bisogno: i metalli delle terre rare.
La Cina produce circa il 70% dell’indio mondiale e ha iniziato ad applicare restrizioni alla catena di approvvigionamento nel febbraio del 2025. Risultato: i prezzi sono schizzati del 250% e le tecnologiche statunitensi premono per ribaltare la situazione. La lamentela principale è che, invece di bloccare i prodotti finiti, Pechino rallenta tutto il processo condizionando l’esportazione delle materie prime. Così l’ecosistema dei moduli ottici non riesce a crescere alla velocità richiesta dagli hyperscaler.
Il paragone più calzante è quello con i chip NAND: il pesce è già tutto venduto per i prossimi anni. Si stima che Lumentum abbia già impegnato l’intera produzione per il 2026, il 2027 e perfino il 2028, pur avendo quadruplicato la capacità. E non riguarda solo gli americani. Anche le taiwanesi VPEC e LandMark Optoelectronics stanno subendo interruzioni nelle forniture. Aprire nuovi stabilimenti serve a poco, perché la materia prima continua a uscire dalla Cina e con quei controlli sull’export il collo di bottiglia resta insormontabile.
La Cina gioca su un altro piano
Dall’altra parte c’è proprio l’industria cinese. Negli ultimi anni le sue aziende hanno fatto un salto enorme, allargando la capacità produttiva e affacciandosi alla scena internazionale sia con componenti di consumo, come memoria RAM e computer, sia ai piani alti della tecnologia, dalla fotonica ai semiconduttori.
Pechino ha messo nero su bianco il piano per diventare la prima potenza tecnologica mondiale entro il 2030, con una tabella di marcia ben definita e soprattutto i materiali necessari per arrivarci. Huawei e SMIC sono due nomi noti, ma ce ne sono altri come Yuanjie, schizzata in borsa proprio perché costruisce componenti di fotonica per i data center.