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ChatGPT salva il 96% dei ricordi senza che l’utente lo chieda

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Ogni conversazione con ChatGPT lascia una traccia, e a quanto pare quasi tutta questa traccia viene archiviata senza che nessuno l’abbia mai chiesto. Uno studio presentato all’ACM Web Conference 2026 ha analizzato 2.050 ricordi salvati dal chatbot nei profili di 65 utenti, e il dato che salta subito all’occhio è piuttosto netto. Il 96% di quelle informazioni è stato memorizzato per iniziativa dello strumento stesso, senza alcuna richiesta da parte delle persone coinvolte.

Non si tratta soltanto di dettagli pratici o di preferenze innocue. Più della metà di questi appunti descrive infatti la psicologia di chi sta dall’altra parte dello schermo. Detto in modo più diretto, l’assistente non si limita a ricordare cosa gli è stato chiesto ma finisce per tratteggiare un vero e proprio profilo psicologico di chi lo utilizza, e lo fa in silenzio.

Una memoria che lavora per conto proprio

La funzione di memoria nasce con un’idea abbastanza semplice. Conservare alcune informazioni sull’utente per rendere le risposte successive più pertinenti e personalizzate. Il punto sollevato dalla ricerca riguarda però chi decide cosa conservare. Su 2.050 ricordi esaminati, appena una quota minima è stata salvata perché qualcuno lo ha domandato in modo esplicito. Tutto il resto è frutto di una scelta autonoma del sistema.

Il campione preso in esame conta 65 persone, quindi parliamo in media di oltre trenta ricordi a testa. Un numero che dà l’idea di quanto il chatbot sia attivo nel raccogliere elementi durante le conversazioni quotidiane. E chi lo usa, nella grande maggioranza dei casi, non ha dato alcuna indicazione in merito. Le informazioni si accumulano conversazione dopo conversazione, una dopo l’altra, senza che venga richiesto un consenso specifico per ciascuna di esse.

Ed è proprio questo l’aspetto che colpisce di più. Lo strumento non attende di ricevere istruzioni su cosa annotare ma valuta da sé quali dettagli meritano di essere tenuti da parte per il futuro. Una dinamica che, numeri alla mano, riguarda praticamente la totalità dei dati personali archiviati nel campione analizzato.

Il ritratto psicologico costruito in silenzio

Che un assistente digitale tenga a mente il lavoro svolto o un progetto in corso può sembrare utile, perfino comodo. Diverso è il discorso quando le note raccolte riguardano tratti della personalità, stati d’animo o modi di ragionare. Secondo lo studio, oltre la metà dei ricordi salvati da ChatGPT rientra esattamente in questa categoria, cioè descrive aspetti psicologici dell’utente.

Il quadro che emerge è quello di un sistema capace di schedare chi lo interroga quasi all’insaputa dell’interessato. Le persone scrivono, chiedono, si confrontano con l’assistente e intanto quest’ultimo mette insieme frammenti che, sommati, compongono una descrizione abbastanza articolata del loro carattere. Nessuno ha chiesto a ChatGPT di farlo, eppure la profilazione avviene comunque.

I numeri presentati all’ACM Web Conference 2026 restano quelli di partenza. Su 2.050 ricordi distribuiti tra 65 utenti, il 96% è stato generato dal chatbot senza alcuna sollecitazione e più della metà del totale riguarda la sfera psicologica delle persone.

Fonte: TecnoAndroid

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