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Centaurus A svela i suoi segreti grazie a James Webb

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La galassia Centaurus A ha sempre avuto qualcosa di ribelle. Mentre la maggior parte delle galassie vicine alla Via Lattea se ne sta tranquilla, quasi assopita, questa fa storia a sé. Da decenni gli astronomi la tengono d’occhio, e non a caso, perché nel suo nucleo si nasconde un’attività che ha davvero pochi eguali. Il problema, però, è sempre stato lo stesso, cioè riuscire a vedere cosa succede davvero là dentro.

Il punto è che gran parte di ciò che accade nel cuore di Centaurus A resta coperto da quantità enormi di polvere cosmica. Una specie di velo spesso, impenetrabile, che ha tenuto nascosti per lungo tempo i processi che alimentano il centro della galassia. Osservarla con gli strumenti tradizionali significava fermarsi in superficie, senza mai arrivare al nocciolo della questione.

Lo strumento MIRI e la luce che l’occhio non vede

Le cose sono cambiate con l’arrivo del telescopio spaziale James Webb. E in particolare grazie a uno dei suoi strumenti più raffinati, MIRI, pensato per osservare il cielo nel medio infrarosso. È proprio questa capacità che ha permesso di superare l’ostacolo della polvere, andando a rivelare strutture che nelle immagini classiche restano del tutto invisibili.

Vale la pena spiegare cosa significa. Il medio infrarosso è una porzione della luce che l’occhio umano non riesce a percepire in alcun modo. Eppure è proprio questa banda a fare la differenza, perché consente di individuare il materiale caldo e le nubi di polvere illuminate dalle sorgenti energetiche che popolano la galassia. In pratica ciò che prima era schermato ora diventa leggibile, come se qualcuno avesse tolto una tenda pesante da una finestra rimasta chiusa per troppo tempo.

Il risultato è un ritratto diverso di Centaurus A, molto più dettagliato di quanto le osservazioni precedenti avessero mai concesso. Non più un oggetto avvolto nel mistero, ma un sistema di cui finalmente si intravedono le componenti interne, quelle che tengono acceso il motore centrale. Un lavoro che conferma ancora una volta quanto la strumentazione a bordo di James Webb stia ridisegnando il modo di guardare l’universo vicino, portando alla luce ciò che fino a poco fa poteva solo essere immaginato.

Ed è interessante notare come tutto questo nasca da un principio piuttosto semplice, ossia scegliere la lunghezza d’onda giusta per il compito giusto. La polvere che blocca la luce visibile diventa quasi trasparente nel medio infrarosso, e questo cambia le carte in tavola. Le sorgenti energetiche interne, prima solo ipotizzate attraverso modelli e deduzioni, ora hanno un volto più definito grazie alle capacità di MIRI.

Centaurus A resta insomma uno dei bersagli preferiti dagli astronomi, e con buone ragioni. La sua natura irrequieta, unita alla vicinanza relativa rispetto ad altre galassie attive, la rende un laboratorio naturale ideale per capire come funzionano questi ambienti estremi. E ogni volta che uno strumento nuovo punta i suoi sensori verso quel nucleo avvolto nella polvere, salta fuori qualche dettaglio che prima nessuno aveva potuto cogliere.

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