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Dietro il V16 della Bugatti Tourbillon c’è una scelta che non era affatto scontata. Il Gruppo Volkswagen, infatti, immaginava per questa vettura un modello totalmente diverso, orientato verso una soluzione elettrica. A cambiare le carte in tavola è stato Mate Rimac, che si è opposto a quella visione e ha difeso con decisione l’idea di mantenere sotto il cofano un motore a sedici cilindri. Se oggi la Tourbillon ha l’anima che conosciamo, il merito va in buona parte a lui.
Il punto di partenza è semplice da raccontare ma tutt’altro che banale nelle sue conseguenze. Da una parte c’era la casa madre tedesca, con un progetto che andava in una direzione precisa. Dall’altra un uomo che, pur avendo legato il proprio nome proprio alle auto a batteria, ha ritenuto che per una Bugatti servisse qualcosa di diverso. Una posizione che, vista dall’esterno, può sembrare quasi un paradosso.
Il progetto che il Gruppo Volkswagen aveva in mente
Quando si parla di grandi gruppi automobilistici, le decisioni sui modelli di punta non nascono mai per caso. Il Gruppo Volkswagen aveva immaginato una Tourbillon molto lontana da quella che poi ha preso forma, un’auto pensata secondo una logica completamente elettrica. Una strada coerente con la direzione presa da buona parte dell’industria, che negli ultimi anni ha spinto con forza sull’elettrificazione anche nelle fasce più alte del mercato.
Proprio qui, però, si è inserito il disaccordo. Opporsi a un orientamento del genere, all’interno di una struttura così grande, non è una cosa che capita tutti i giorni. Serve convinzione, ma servono anche argomenti solidi per far cambiare idea a chi siede ai vertici. E Mate Rimac evidentemente li aveva, visto che alla fine la sua linea è stata quella che ha prevalso sulla visione iniziale.
Il dettaglio che rende la vicenda particolarmente curiosa riguarda proprio il profilo del protagonista. Chi si aspettava che fosse lui a spingere verso una hypercar a zero emissioni locali si è trovato davanti all’esatto contrario. Nessuna rinuncia alla tecnologia, sia chiaro, ma la consapevolezza che il marchio avesse bisogno di conservare un elemento distintivo forte.
Perché il V16 è rimasto al suo posto
Un motore a sedici cilindri è, per definizione, una rarità. Pochissime auto al mondo ne montano uno, e proprio questa esclusività lo rende un simbolo prima ancora che una soluzione tecnica. Salvare il V16 ha significato, di fatto, preservare un tratto identitario che una versione puramente a batteria avrebbe inevitabilmente cancellato.
La Bugatti Tourbillon è quindi il risultato di un confronto interno, di una discussione tra due modi diversi di intendere il futuro di un marchio così particolare. Da un lato la spinta verso l’elettrico portata avanti dal gruppo, dall’altro la volontà di non perdere quel cuore meccanico che per tanti appassionati rappresenta l’essenza stessa del nome Bugatti.
Alla fine la bilancia ha pesato a favore della seconda opzione. Il progetto immaginato inizialmente dal Gruppo Volkswagen è stato accantonato e la Tourbillon ha preso una strada differente, quella voluta da Mate Rimac, che si è opposto al modello totalmente diverso pensato dalla casa madre e ha ottenuto che il sedici cilindri restasse al centro della nuova vettura.
Fonte: TecnoAndroid


