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Buco nero vagante fa a pezzi una stella e brilla più della galassia

C’è un buco nero supermassiccio vagante che si è tradito nel modo più spettacolare possibile, facendo a pezzi una stella e brillando per un breve periodo più di tutta la galassia che gli sta attorno. A cogliere sul fatto questo divoratore cosmico è stato il Neil Gehrels Swift Observatory della NASA, che ha immortalato l’evento a oltre 30.000 anni luce dal centro di una galassia lontana. Un caso raro, quasi anomalo, perché di solito questi mostri gravitazionali se ne stanno tranquilli nel cuore delle galassie, non a spasso nelle periferie.

Gli astronomi lo hanno definito una specie di “orfano”, proprio per quella posizione insolita, lontanissima dal nucleo galattico dove i buchi neri supermassicci abitano normalmente. Nessun evento simile era mai stato individuato a una distanza così grande dal centro. E qui sta il punto interessante, perché la scoperta apre una strada nuova.

Una stella fatta a pezzi da un gigante nascosto

Tutto è cominciato con un bagliore fuori misura, prodotto quando una stella si è avvicinata troppo a un buco nero massiccio ed è stata letteralmente stracciata dalla sua gravità. Questo tipo di fenomeno ha un nome preciso, gli astronomi lo chiamano evento di distruzione mareale. Il buco nero responsabile ha una massa pari a circa un milione di volte quella del Sole. La sua presenza è stata sospettata per la prima volta a novembre del 2025, quando la survey ZTF (Zwicky Transient Facility), gestita dall’Osservatorio di Palomar nella California del Sud, ha registrato un lampo di luce anomalo in una galassia a circa 750 milioni di anni luce dalla Terra.

Robert Stein, ricercatore alla University of Maryland e al Goddard Space Flight Center della NASA, ha spiegato che tra il mezzo milione di lampi che ZTF individua ogni notte, un nuovo algoritmo di intelligenza artificiale ha riconosciuto in automatico un bagliore molto simile a un evento di distruzione mareale, nonostante la sua collocazione strana in periferia. Per diversi mesi il lampo è stato più luminoso, nell’ultravioletto, dell’intera galassia che lo circondava. Al culmine, ha irradiato la stessa luce di circa 10 miliardi di soli.

Come conferma Swift e da dove arriva quel buco nero

Dopo la prima segnalazione di ZTF, sono entrati in gioco altri strumenti. Il telescopio SOAR in Cile ne ha studiato lo spettro, trovando caratteristiche coerenti con l’ipotesi. Poi è toccato a Swift, capace di osservare lunghezze d’onda che dalla Terra non si vedono. Il suo strumento UVOT ha misurato la temperatura del bagliore, circa 30.000 gradi Celsius. Jonathan Carney, dottorando alla University of North Carolina a Chapel Hill, ha sottolineato che la combinazione di tutti questi dati ha permesso di escludere altre spiegazioni e di affermare con sicurezza la natura del fenomeno, malgrado la posizione bizzarra.

Quasi ogni galassia dell’universo ospita un buco nero supermassiccio al centro. Circa una volta ogni 100.000 anni una stella può finire abbastanza vicino da essere fatta a pezzi. Sono eventi rarissimi per singola galassia, per questo gli astronomi ne monitorano milioni. Le survey attuali ne intercettano circa 30 all’anno in tutto l’universo. Prima del 2024 ogni esempio confermato si trovava in un nucleo galattico, poi qualcosa è cambiato con la scoperta di una stella distrutta a 2.600 anni luce dal centro. Quest’ultimo caso è ancora più estremo, oltre 30.000 anni luce.

Resta la domanda su come ci sia finito lì. Secondo Stein deve essere nato nel centro di una galassia, ma non quella in cui si trova ora. Probabilmente proviene da una galassia piccola che si è fusa con quella grande che vediamo oggi. Due le ipotesi sul tavolo, la fusione di tre o più galassie con i rispettivi buchi neri centrali finiti in una lotta gravitazionale, oppure una galassia nana ancora in fase di fusione. Le osservazioni di Swift con UVOT e XRT sono per ora sospese in attesa di un innalzamento dell’orbita, previsto per l’estate. La missione, partita nel 2004, continua a lavorare da oltre 20 anni, e presto gli stessi metodi verranno applicati ai dati del Vera C. Rubin Observatory in Cile e del futuro Nancy Grace Roman Space Telescope della NASA.

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