L’idea di Apple di comprare aziende specializzate in chip per l’intelligenza artificiale sta prendendo forma, e il motivo è tutto sommato semplice: ridurre la dipendenza da Nvidia per i carichi di lavoro più pesanti legati all’AI. Al momento l’azienda gestisce una parte dell’elaborazione nei propri data center usando i suoi processori, ma per i compiti più impegnativi si appoggia all’hardware Nvidia ospitato dentro Google Cloud. Un accordo che comprende anche il modello Gemini, quello che fa girare la versione rinnovata di Siri.
Il chip per server pensato internamente da Apple, nome in codice Baltra, sarebbe dovuto arrivare quest’anno ma ha subìto ritardi, stando a persone vicine al progetto. E qui entra in gioco una possibile svolta nella strategia degli acquisti. Storicamente Apple ha sempre limitato le sue operazioni a cifre nell’ordine delle centinaia di milioni, tenendosi alla larga dai grandi affari. Le cose però sembrano cambiare. A gennaio ha chiuso l’acquisizione di Q.ai, azienda israeliana specializzata nell’interpretare il parlato attraverso i micromovimenti del viso, sborsando quasi 1,8 miliardi di euro. La seconda spesa più alta di sempre, dietro solo ai circa 2,7 miliardi di euro pagati per Beats Electronics nel 2014.
Un cambio di rotta anche sul fronte finanziario
Il segnale di un nuovo atteggiamento è arrivato pure durante l’ultima chiamata sui risultati trimestrali, quando il direttore finanziario Kevan Parekh ha spiegato agli analisti che l’azienda non punterà più allo status di “net cash neutral”. In pratica, per anni Apple ha mantenuto le sue riserve di liquidità più o meno in linea con il debito totale. Ora quella politica viene abbandonata. Nessuna spiegazione ufficiale sul perché, ma la maggiore flessibilità potrebbe liberare capitali proprio per acquisizioni di dimensioni più consistenti.
Vale la pena ricordare che le capacità di progettazione dei chip di Apple nascono da un’acquisizione. Nel 2008 l’azienda comprò PA Semi per circa 250 milioni di euro, un’operazione che ha gettato le basi per i processori custom oggi presenti in gran parte dei suoi prodotti. E i prossimi cambi ai vertici potrebbero spingere verso un approccio più deciso: John Ternus, capo dell’hardware, prenderà il posto di Tim Cook come amministratore delegato a settembre, mentre il dirigente dei chip Johny Srouji vedrà allargarsi le sue responsabilità su tutta l’ingegneria hardware, oltre ai semiconduttori.
Il nodo dei chip per server
Il team di progettazione di Apple si è sempre concentrato su dispositivi mobili alimentati a batteria, non sui chip per server ad alte prestazioni necessari per competere con Nvidia, che resta il fornitore dominante di hardware per l’AI. Il limite è emerso proprio durante lo sviluppo della nuova Siri: gli ingegneri avrebbero provato a far girare i modelli Gemini di Google sull’infrastruttura server di Apple, scoprendo che quei chip, pensati per i carichi dei Mac, non reggevano un modello di quella scala. Da qui la necessità di processare parte del lavoro tramite i chip Nvidia dentro il cloud di Google.
Portare in casa competenze esterne andrebbe a completare un lavoro già avviato. Apple sta sviluppando un chip per server basato sul processore M5 Ultra, mentre un futuro M7 Ultra punterebbe a migliorare in modo netto le prestazioni AI, fino a un livello capace di rivaleggiare con il chip Blackwell di Nvidia. L’M7 Ultra dovrebbe supportare fino a 1,5 TB di memoria, circa il doppio della capacità dell’M5 Ultra, anche se un chip per server basato su questa architettura difficilmente sarà pronto prima del 2029.
Le acquisizioni restano comunque solo una delle strade percorse per ridurre il peso di Nvidia. La collaborazione con Broadcom su un chip per server AI risale al 2024, e la stessa Broadcom ha confermato in un documento depositato la scorsa settimana che la partnership è stata estesa fino al 2031.