Pochi piaceri sanno essere tanto appaganti quanto lo shopping online, eppure tra i giovani della Corea del Sud sta prendendo piede qualcosa di paradossale: applicazioni che non vendono nulla. Niente carrello da pagare, niente carta da passare, solo la simulazione perfetta dell’esperienza di acquisto. Un modo per ingannare il cervello e ottenere quella scarica di dopamina che di solito arriva quando si compra qualcosa, ma senza spendere un centesimo. Fake it till you make it, insomma.
Il fenomeno ha già un nome, i cosiddetti dopamine sites, e funziona soprattutto in due varianti. Da una parte ci sono le finte app di cibo a domicilio, dall’altra quelle dedicate alle pause sigaretta virtuali, dove ci si ritrova con altre persone a scambiare quattro chiacchiere senza senso, proprio come accadrebbe davanti a un caffè o fuori da un ufficio. Nelle prime si possono sfogliare i menu, scegliere i piatti, aggiungerli al carrello, controllare tempi di consegna e recensioni dei ristoranti. L’unica cosa che manca è chiudere l’ordine. Nelle seconde basta entrare in una stanza virtuale e lasciarsi andare a una battuta del tipo “che martedì di m…”, giusto per sentirsi un po’ meno soli.
Corea del Sud e app finte: quando il cervello non nota la differenza
Kim Heon-sik, docente alla Jungwon University, collega questo tipo di app alla cultura del Muk-Bang, quei video in cui si guardano altre persone divorare quantità enormi di cibo. Curiosità, un pizzico di voyeurismo e la possibilità di soddisfare la gola di chi sta dall’altra parte dello schermo senza mettere niente in bocca. La soddisfazione vicaria portata all’estremo.
Il meccanismo psicologico è studiato da tempo. Il cervello fatica a distinguere tra il gesto di ordinare davvero del cibo e la sua semplice simulazione, così la dopamina si attiva soprattutto nella fase di ricerca e attesa, non nel momento in cui il pacco arriva. Ecco perché la finta app funziona: regala al sistema di ricompensa esattamente ciò che lo accende, senza bisogno di tirare fuori la carta.
Le grandi app di delivery e di ecommerce lavorano da anni per affinare interfacce ed esperienza utente, tutto pensato per spingere all’acquisto. Scroll infiniti, offerte esclusive a tempo limitato che in realtà non finiscono mai, un flusso continuo di notifiche. È la cosiddetta tecnologia della persuasione, definizione coniata da Tristan Harris, ex designer di Google. I dopamine sites fanno la stessa identica cosa, ma a costo zero. Perfetto per chi i soldi non li ha.
Una generazione senza prospettive
E qui sta il punto. La Gen Z coreana questi soldi non se li può permettere. Un recente rapporto della Bank of Korea fotografa una situazione complicata: ogni anno passato senza lavoro riduce lo stipendio futuro di un giovane del 6,7 per cento, il debito è cresciuto e la quota di ragazzi che vivono in abitazioni precarie è salita dal 5,6 per cento del 2010 all’11,5 per cento del 2023. L’OCSE conferma che il tasso di occupazione giovanile in Corea è sotto la media e che praticamente tutti fanno la fila per entrare nelle grandi aziende o nel settore pubblico.
Questo problema strutturale ha già un’etichetta, generazione Sampo, riferimento alle tre rinunce di questi giovani: l’amore, il matrimonio e l’idea di diventare genitori. Tutto sacrificato sull’altare di lavori instabili e debiti scolastici pesanti.
Le app delle pause sigaretta raccontano un’altra faccia della medaglia, quella della solitudine. Uno studio sugli adulti coreani ha rilevato che i più giovani, quelli più immersi nell’ambiente digitale, riportano livelli di solitudine nettamente superiori rispetto alle generazioni precedenti. Vedere che ci sono altre persone connesse nello stesso momento, anche se perfetti sconosciuti con cui non si scambia una parola, attiva la sensazione di presenza sociale e abbassa l’ansia.
Resta un dubbio di fondo. Le testimonianze raccolte sono poche e mancano dati precisi su quante persone usino davvero queste app e con quale frequenza. Anche ammesso che sia una vera tendenza, l’interrogativo più grande riguarda l’effetto reale: è vero che non pesano sul portafoglio e che ogni tanto regalano un po’ di sollievo, ma è altrettanto vero che non risolvono nulla di ciò che sta sotto. Ansia, solitudine e dipendenza, tutto legato a un futuro che si fa sempre più incerto.