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Chi sabato mattina ha aperto il Play Store per dare un’occhiata agli aggiornamenti in sospeso potrebbe essersi trovato davanti una voce mai vista prima, chiamata Android Pulse, senza icona e con un quadrato bianco al posto del logo. Una comparsa così, dal nulla, che comprensibilmente ha fatto storcere il naso a più di qualcuno: un’app anonima che chiede di essere aggiornata non è esattamente il genere di cosa che mette tranquilli. La buona notizia è che si tratta di un’applicazione firmata Google, quindi nulla di sospetto e nulla da disinstallare in fretta e furia.
Aprendo la scheda sullo store si scopre il nome del pacchetto, com.google.android.apps.pulse, e una descrizione che definisce l’app come uno strumento per “definire anomalie per il debug”. Google aggiunge poi una frase che di certo non aiuta l’utente medio: l’app faciliterebbe la distribuzione di regole per il rilevamento di anomalie nel consumo di risorse critiche di sistema da parte del sistema operativo Android e delle applicazioni installate. Tradotto in linguaggio umano, siamo di fronte a un servizio di diagnostica.
Cosa fa davvero Android Pulse sul telefono
Non esiste un’interfaccia da aprire, nessun pulsante da premere, nessuna schermata da esplorare. Android Pulse lavora dietro le quinte e con ogni probabilità serve a monitorare quel “consumo di risorse critiche” che nella pratica significa batteria, CPU e memoria. In altre parole, quando qualcosa va storto e un’app inizia a divorare energia o processore senza motivo, è questo tipo di servizio che raccoglie i segnali utili a capire dove sta il problema.
Sui dispositivi Pixel l’app risulta già installata da tempo e nelle impostazioni di sistema compare semplicemente come “Pulse”. Curiosando nella pagina delle informazioni dell’app si vede anche un’icona vera e propria, verde, con un tracciato che ricorda quello di un battito cardiaco. Insomma, il quadrato bianco visto nel Play Store è più un problema di visualizzazione che una scelta di design.
Da marzo nell’ombra, ora visibile a tutti
Il dettaglio interessante è che Pulse non è affatto una novità. L’applicazione esiste da marzo e ha già alle spalle sette build precedenti, con un contatore che sul Play Store segna oltre 10 milioni di download. Semplicemente, fino a questo momento era rimasta invisibile, aggiornata in silenzio senza che nessuno se ne accorgesse.
Quello che è cambiato è la modalità di distribuzione. Per la prima volta l’app è comparsa tra gli aggiornamenti installabili manualmente, esattamente come succede con Gmail o Google Maps. Una scelta un po’ insolita, perché Google dispone già di un canale dedicato per questo genere di componenti, il sistema dei System Services, pensato proprio per aggiornare in background i pezzi meno visibili di Android senza coinvolgere l’utente. Perché stavolta si sia passati dalla porta principale non è chiaro.
Resta il fatto che l’apparizione improvvisa di un’app senza icona e con una descrizione tecnica al limite del criptico ha generato più confusione del necessario. Google avrebbe potuto scrivere due righe più comprensibili, magari spiegando in parole semplici che si tratta di uno strumento diagnostico interno. Invece la formula scelta parla di distribuzione di regole e rilevamento di anomalie, roba da addetti ai lavori.
Per chi si stesse ancora chiedendo se convenga procedere con l’aggiornamento, la risposta è che Android Pulse è un’applicazione Google a tutti gli effetti e non c’è alcun motivo di preoccuparsi della sua presenza sul telefono. Al momento le segnalazioni riguardano soprattutto i dispositivi Pixel, mentre non è ancora chiaro quanto l’app sia diffusa sugli smartphone di altri produttori.










