I data center Amazon consumano circa un settimo dell’acqua rispetto alla media del settore, almeno stando ai numeri che l’azienda ha appena messo nero su bianco sulle proprie infrastrutture globali. Il dato fa rumore perché tocca un nodo che cloud e intelligenza artificiale rendono ogni giorno più scomodo da ignorare: tenere accesi i server costa energia, sì, ma anche tantissima acqua. E qui la differenza con la concorrenza, almeno sulla carta, è netta.
I numeri parlano di un’efficienza idrica pari a 0,12 litri d’acqua per kilowattora, contro gli 0,84 litri per kWh indicati come media globale del settore. Tradotto in pratica, le strutture dell’azienda userebbero molta meno acqua per ogni unità di calcolo prodotta, con un miglioramento del 52% rispetto al 2021. Non un balzo improvviso, piuttosto un lavoro fatto pezzo dopo pezzo.
Il segreto, raccontano da Amazon, sta soprattutto nel raffreddamento. Per circa il 90% del tempo entra in gioco il free air cooling: in soldoni, si fa entrare aria dall’esterno, la si usa per assorbire il calore dei server e poi la si butta fuori, senza spendere una goccia d’acqua. Il raffreddamento evaporativo, quello che invece l’acqua la consuma, scatta solo nelle ore più calde, quando temperatura e umidità rendono insufficiente la sola ventilazione naturale.
Server che lavorano al caldo e l’obiettivo water positive
C’è poi una scelta progettuale interessante. Negli ultimi anni l’azienda ha alzato progressivamente le soglie di temperatura operative dei propri impianti, costruendo server capaci di funzionare bene anche in condizioni più calde. Oggi l’acqua serve a raffreddare l’aria in ingresso solo quando la temperatura ambiente supera i 29 gradi. E secondo Amazon, dopo aver analizzato migliaia di ore di dati, non si è registrato alcun aumento dei guasti. A supporto della tesi viene citato il confronto tra due data center identici nello stesso campus: quello che lavorava a temperature più alte ha tagliato il consumo d’acqua di circa il 50%.
Un caso concreto arriva dalla Virginia settentrionale, che per Amazon è l’area con più capacità di calcolo installata. Lì il consumo d’acqua è calato del 42% su base annua, e questo nonostante la domanda di servizi sia cresciuta. L’azienda mette anche sul piatto un paragone con i refrigeratori tradizionali, quei sistemi che assomigliano a grandi condizionatori: certo, possono ridurre l’uso dell’acqua, però chiedono dal 25% al 35% di elettricità in più, e per giunta proprio nelle ore in cui la rete elettrica è già messa sotto pressione.
Sul fronte dei numeri complessivi, Amazon ribadisce l’obiettivo di diventare water positive entro il 2030, cioè restituire alle comunità più acqua di quella che consuma per far funzionare i data center. Un traguardo che, a sentire l’azienda, sarebbe già coperto per circa tre quarti del percorso. Nel 2025 l’infrastruttura globale ha prelevato circa 9,5 miliardi di litri d’acqua, mentre nei siti posseduti e gestiti direttamente il volume prelevato è sceso del 2% rispetto all’anno prima, e questo malgrado l’aumento del numero di edifici sparsi per il mondo.