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Quasi il 40% dei candidati ha già sfruttato l’intelligenza artificiale nella ricerca di lavoro, ma buona parte lo sta facendo nel modo peggiore possibile. Il dato arriva da un’indagine di Gartner condotta su circa 3.300 persone, e c’è un dettaglio che pesa più degli altri. Oltre la metà di chi ha usato l’AI se n’è servita per generare il testo del curriculum o della lettera di presentazione. Quello che poteva diventare un vantaggio competitivo finisce così, spesso, dritto nel cestino dei selezionatori.
A tracciare una mappa di ciò che funziona e di ciò che andrebbe evitato sono tre esperti con percorsi di peso. Brian Elliott è stato dirigente di Google e di una nota piattaforma di collaborazione aziendale. Margaret Burke guida l’acquisizione e lo sviluppo dei talenti in una delle principali società di consulenza al mondo. Clara Shih è stata responsabile dell’intelligenza artificiale aziendale per uno dei colossi dei social. Tutti e tre concordano su un punto preciso, ovvero che le trappole più insidiose sono proprio quelle che sembrano scorciatoie intelligenti.
Dove l’AI rende davvero tra ricerca e revisione
Il terreno su cui il chatbot dà il meglio di sé non è la scrittura ma l’indagine. Studiare a fondo un’azienda prima di candidarsi, capire che attività svolge, che profili assume, com’è la cultura interna, quali sfide affronta sul mercato e quali risultati ha ottenuto di recente è l’applicazione più efficace e al tempo stesso la meno sfruttata. Raccogliere informazioni sparse tra sito aziendale, comunicati stampa, interviste ai dirigenti, rapporti di settore e recensioni dei dipendenti richiede ore che quasi nessuno investe. L’AI comprime quel lavoro in pochi minuti di conversazione e restituisce una sintesi utile per personalizzare ogni candidatura. I selezionatori colgono subito la differenza tra chi ha fatto i compiti a casa e chi ha spedito lo stesso documento a cinquanta aziende cambiando soltanto il nome nell’intestazione.
Lo stesso principio vale per la preparazione al colloquio. Chiedere all’assistente virtuale di simulare le domande più probabili per una certa posizione, analizzare il contesto competitivo del settore o indicare gli aspetti dell’azienda da approfondire è un uso che nessuno dei tre critica. Anzi, lo raccomandano come punto di partenza. C’è poi un secondo impiego virtuoso, quello del correttore. Scrivere di proprio pugno curriculum e lettera di presentazione e solo dopo chiedere suggerimenti su grammatica, chiarezza, scelta delle parole e struttura permette di mantenere intatta la voce personale del candidato.
Gli errori che costano la candidatura
I guai cominciano quando si delega tutto. Un testo scritto da zero dall’AI ha una qualità riconoscibile a occhio nudo perché risulta levigato, generico, pieno di una competenza impersonale che sa di fabbrica. Chi legge centinaia di candidature a settimana ha sviluppato una sorta di sesto senso e scarta questi documenti non per ostilità verso la tecnologia, ma perché non raccontano nulla di specifico sulla persona. E anche quando un curriculum del genere supera il primo filtro, il problema si ripresenta più avanti, nel momento in cui esperienze e risultati vanno raccontati a voce con la stessa sicurezza con cui sono stati scritti. Se quella sicurezza manca, chi seleziona se ne accorge.
Il divieto più netto riguarda però l’uso dell’AI durante il colloquio stesso. Le risposte generate in tempo reale si tradiscono da sole perché sono troppo perfette, troppo strutturate, prive delle esitazioni naturali di chi sta ragionando davanti a un’altra persona. Ne esce l’immagine di un candidato incapace di pensare in autonomia sotto pressione, cioè l’esatto contrario di ciò che dovrebbe dimostrare. Discorso identico per i campioni di scrittura e i test di valutazione, dove affidarsi a una macchina equivale sul piano professionale a copiare durante un esame.
Mentore o assistente, dipende dall’esperienza
Un’ultima distinzione riguarda il livello di carriera. Chi è agli inizi dovrebbe trattare l’AI come un mentore, uno strumento che commenta le bozze, propone miglioramenti e spiega le convenzioni di un settore lasciando però lavoro e apprendimento alla persona. Delegare tutto in quella fase significa rinunciare all’unica cosa che conta davvero, cioè imparare facendo. Un po’ come usare la calcolatrice prima di aver capito la moltiplicazione, si ottiene il risultato giusto ma non resta niente per la volta successiva.
Chi invece ha abbastanza esperienza per valutare e correggere ciò che produce il software può usarlo come strumento di produttività, risparmiando tempo su compiti che sa già svolgere senza sostituire competenze che non possiede. Nel primo caso l’AI fa da insegnante, nel secondo da assistente. Invertire i ruoli, secondo i tre esperti, è il modo più sicuro per ottenere risultati mediocri e presentarsi ai colloqui con un curriculum brillante che non rispecchia le competenze reali.
Fonte: TecnoAndroid


