Intelligenza artificiale in azienda: le imprese italiane la usano, ma i benefici economici concreti faticano a materializzarsi. E il problema, a quanto pare, non sta nella tecnologia in sé, ma nel modo in cui viene adottata. Un tema che riguarda da vicino il tessuto produttivo del Paese, soprattutto se si guarda ai numeri.
Il divario tra Italia e Stati Uniti sull’uso dell’AI generativa
Partiamo da un dato che fa riflettere: in Italia l’AI generativa viene utilizzata appena nell’1,6% delle ore lavorative. Negli Stati Uniti si arriva al 5,2%. Non è una differenza da poco. E la cosa interessante è che il gap non dipende dalla disponibilità degli strumenti, che ormai sono accessibili anche per le imprese italiane. Il nodo sta altrove, e precisamente nel modo in cui queste tecnologie vengono calate dentro i processi aziendali.
A sollevare la questione è AIDAPT, startup marchigiana che ha sviluppato Caity, una piattaforma pensata per creare agenti AI integrati nei flussi operativi delle aziende medio grandi, adattandoli alle esigenze specifiche di ciascun business. La società richiama un’analisi del MIT secondo cui il 95% delle organizzazioni che ha adottato strumenti di intelligenza artificiale generativa non registra ritorni economici misurabili. Un numero che colpisce, e che racconta qualcosa di più profondo rispetto a un semplice fallimento tecnologico.
Licenze comprate e lasciate ai dipendenti: il vero problema
Secondo AIDAPT, il modello di adozione dell’AI è il vero punto debole. Succede spesso che le aziende acquistino licenze di assistenti generalisti e poi lascino ai singoli dipendenti il compito di capire come sfruttarli. Il risultato? L’intelligenza artificiale resta confinata ad attività marginali: riassumere email, tradurre testi, generare bozze. Tutte cose utili, per carità, ma che non vanno a incidere sui passaggi dove si formano davvero tempi, costi e inefficienze operative.
Il ragionamento è piuttosto lineare: un assistente AI che non conosce il business, non ha accesso ai dati aziendali protetti e non è collegato ai sistemi interni può dare una mano nelle attività individuali, ma difficilmente genera un ritorno misurabile su scala organizzativa. In pratica, l’intelligenza artificiale viene trattata come un software da provare ogni tanto, più che come un’infrastruttura da integrare nel lavoro quotidiano dell’azienda. E qui sta tutta la differenza.
Cosa dice il CEO di AIDAPT sui risultati mancati
Francesco Alborino, CEO e co fondatore di AIDAPT, non usa giri di parole: “Il 95% dei progetti di AI nelle aziende italiane non produce risultati misurabili perché viene comprata come una licenza e lasciata in mano ai dipendenti. Così l’AI resta un giocattolo per scrivere email o fare domande, mentre il vero lavoro continua a muoversi al ritmo di prima e non si hanno ritorni sull’investimento“.