Alla COP30 di Belém si ha quasi la sensazione che ci sia un grande elefante nella stanza, e non è né la foresta amazzonica né una nuova bozza di accordo internazionale. È l’intelligenza artificiale. Che la si ami o la si tema, è ovunque: nei corridoi, durante le sessioni ufficiali, nei coffee break in cui delegati e ricercatori si confrontano con aria un po’ frastornata. Non c’è discussione sul clima che, prima o poi, non finisca per toccare l’argomento AI. È come se tutti si rendessero conto che sta già cambiando il mondo, ma nessuno abbia ancora capito fino a che punto.
Intelligenza artificiale sotto la lente: innovazione vs impatto ambientale
La domanda che rimbalza più spesso è semplice da formulare e complicatissima da risolvere: questa tecnologia avrà un ruolo nel contenere il riscaldamento globale o finirà invece per peggiorarlo? Le due fazioni si fronteggiano in modo quasi speculare. Da un lato ci sono coloro che vedono nell’intelligenza artificiale una compagna di viaggio preziosa, capace di rendere più efficienti le reti elettriche, prevedere con precisione gli eventi climatici estremi, migliorare la gestione dell’acqua o aumentare la produttività agricola senza stravolgere gli ecosistemi. Dall’altro lato emerge una preoccupazione sempre più concreta: per fare tutto questo, l’AI consuma quantità impressionanti di energia e acqua, soprattutto nei data center che ormai punteggiano il pianeta come enormi polmoni digitali sempre affamati.
Gli interventi degli esperti riflettono perfettamente questa polarizzazione. Jean Su del Center for Biological Diversity parla dell’AI come di “una bestia non regolamentata”, un’entità che cresce così in fretta da rischiare di sfuggire di mano. Dall’altra parte Adam Elman di Google la considera un “facilitatore”, uno strumento che potrebbe persino accelerare il raggiungimento degli Accordi di Parigi. È interessante vedere come anche chi lavora nello stesso settore tecnologico viva questa dicotomia quasi sulla pelle: entusiasmo e timore si intrecciano in un’unica emozione complessa.
Il clima al summit brasiliano è esattamente questo: un misto di curiosità, speranza e inquietudine. Michal Nachmany di Climate Policy Radar lo esprime con una frase che sembra la sintesi perfetta del momento: tutti sono affascinati dal potenziale dell’AI, ma allo stesso tempo consapevoli dei suoi rischi. E il fatto che solo nella prima settimana ci siano ben ventiquattro sessioni dedicate al tema racconta molto più di qualsiasi discorso ufficiale.
Persino l’istituzione del primo AI for Climate Action Award è un segnale chiaro. Il premio è andato a un progetto dedicato alla scarsità d’acqua e alla variabilità climatica in Laos, un esempio concreto di come la tecnologia, quando usata con intelligenza, possa diventare un alleato prezioso nei territori più vulnerabili.
Data center, consumo e sostenibilità: l’altra faccia dell’AI
Eppure, l’altra faccia della medaglia non smette di incombere. Josh Parker di NVIDIA definisce l’intelligenza artificiale “democratizzante”, ma i numeri parlano da soli: i data center consumano già 415 TWh all’anno e potrebbero arrivare a più del doppio entro il 2030. Un impatto enorme, a cui si aggiunge l’utilizzo massiccio di acqua necessario a raffreddare le strutture. È qui che la tensione cresce, perché la tecnologia pensata per combattere la crisi climatica rischia di alimentarla se non si interviene con decisione.
È lo stesso concetto che Jean Su ribadisce, quasi come un avvertimento finale: la COP non può limitarsi ad accogliere l’AI come una soluzione elegante e futuristica, deve guardarne anche le ombre e valutarne con lucidità le conseguenze. In altre parole, serve equilibrio. E forse è proprio questo che la COP30 sta cercando, tra entusiasmi travolgenti e paure fondate, in un mondo che cambia più velocemente delle nostre capacità di comprenderlo.