AI che monitora lo stress dei dipendenti: il Garante Privacy ha deciso di mettere dei paletti chiari, e lo ha fatto puntando il dito contro una tecnologia che promette di leggere emozioni e tensioni dei lavoratori analizzando quello che scrivono su Slack e Teams. Il messaggio dell’Autorità è netto: certi strumenti, per quanto vendano benessere e supporto psicologico, possono trasformarsi in una minaccia concreta per la riservatezza di chi lavora.
La vicenda parte da un avvertimento recapitato il 14 maggio scorso a una start-up italiana, la Myndoor S.r.l, che ha sviluppato un plug-in piuttosto particolare. Si tratta di un sistema basato su modelli linguistici di Intelligenza Artificiale capace di passare al setaccio le conversazioni dei dipendenti sulle principali piattaforme di messaggistica aziendale. L’obiettivo dichiarato è rilevare lo stress psicologico, analizzare il linguaggio e cogliere le emozioni di chi scrive, restituendo poi suggerimenti personalizzati. Tutto, almeno sulla carta, su base volontaria: solo chi sceglie di attivare il servizio dovrebbe finire sotto la lente.
Cosa preoccupa davvero il Garante Privacy
Il punto è che la promessa del benessere non basta a far dormire sonni tranquilli all’Autorità. Secondo il Garante per la Protezione dei Dati Personali, una tecnologia di questo tipo porta con sé rischi significativi, sia per la privacy sia per i diritti dei lavoratori. Analizzare conversazioni private, interpretare stati emotivi, dedurre il livello di stress di una persona dalle parole che usa: sono operazioni delicate, che toccano una sfera intima e che possono facilmente sfuggire al controllo dell’interessato.
L’istruttoria non è nata dal nulla. È partita dopo alcune notizie di stampa secondo cui il software sarebbe stato adottato anche da alcuni enti pubblici. A quel punto il Garante ha avviato i suoi accertamenti per capire una cosa fondamentale: come venivano trattati, nel concreto, i dati personali dei dipendenti coinvolti. Perché un conto è uno strumento che aiuta il singolo a stare meglio, un altro è un sistema che, magari senza piena consapevolezza, finisce per profilare le persone sul posto di lavoro.
Il nodo del consenso e del contesto lavorativo
Qui entra in gioco un tema spinoso, quello della volontarietà. Sulla carta il servizio funziona solo se il dipendente decide di usarlo. Ma in un ambiente di lavoro il concetto di scelta libera è sempre scivoloso: la pressione, anche indiretta, può spingere qualcuno ad accettare strumenti che in altre condizioni rifiuterebbe. Ed è proprio su questo equilibrio fragile che si concentra l’attenzione dell’Autorità.
Il monitoraggio dello stress tramite AI rappresenta una frontiera nuova, dove la linea tra supporto e controllo diventa sottile. Da una parte ci sono aziende e start-up che vedono opportunità enormi nell’analisi del linguaggio e delle emozioni, dall’altra ci sono diritti che non possono essere messi in secondo piano per inseguire l’innovazione a tutti i costi. Il Garante, con il suo intervento verso Myndoor, ha voluto ricordare proprio questo: che ogni soluzione basata sull’analisi dei dati dei lavoratori deve passare attraverso garanzie solide, trasparenza reale e tutele effettive.
L’avvertimento dell’Autorità rappresenta quindi un segnale destinato a fare scuola, in un momento in cui sempre più strumenti di Intelligenza Artificiale bussano alle porte degli uffici promettendo efficienza, benessere e produttività. La questione, ora, è capire fino a che punto questi sistemi possano spingersi senza calpestare la sfera personale di chi ogni giorno digita un messaggio su una chat aziendale convinto di restare al riparo da occhi indiscreti.