In Afghanistan il ban degli smartphone ha iniziato a prendere forma con un provvedimento che, almeno sulla carta, riguarda una fetta ben precisa della popolazione. I talebani hanno deciso di vietare l’uso di questi dispositivi a funzionari pubblici, membri delle forze di sicurezza e a tutto il personale governativo, senza distinzioni di grado. Dentro ci finiscono i dirigenti, i dipendenti ordinari, i combattenti e perfino il personale di servizio. Una stretta che non lascia molto spazio alle interpretazioni.
La parte che colpisce di più è il modo in cui viene applicata. I telefoni trovati addosso a chi non dovrebbe averne non vengono semplicemente sequestrati e messi via. Vengono distrutti fisicamente, come mostrano alcuni video che sono circolati nelle ultime ore. Chi viola la regola rischia conseguenze su due fronti, quello legale e quello religioso, in un sistema dove le due cose tendono a sovrapporsi parecchio.
C’è una porta lasciata socchiusa, ma è molto stretta. Le eccezioni esistono, però devono passare per un’autorizzazione scritta firmata direttamente da Hibatullah Akhundzada, il leader supremo dei talebani. In altre parole, niente deroghe automatiche e nessuna scappatoia facile per chi vorrebbe continuare a usare il proprio dispositivo.
Il timore di un divieto esteso a tutta la popolazione
Il punto che preoccupa di più non è tanto il provvedimento attuale, quanto la direzione che sembra prendere. In molti temono infatti che questo divieto circoscritto sia soltanto il primo gradino di una scala che porta a qualcosa di più ampio, un ban generalizzato pensato per l’intera popolazione e non più solo per chi lavora con lo Stato.
E non si tratta di semplici sospetti campati per aria. Alcuni segnali sembrano già confermare questa lettura. In diverse regioni del Paese la stretta è stata allargata oltre i confini iniziali, arrivando a coinvolgere donne, insegnanti, studenti, operatori sanitari e cittadini comuni. Categorie che con il governo non hanno nulla a che vedere e che, almeno in teoria, sarebbero dovute rimanere fuori dal raggio d’azione del divieto originario.
Quello che emerge è un quadro in cui la tecnologia personale viene trattata come qualcosa da controllare con il pugno duro. La distruzione dei dispositivi confiscati non è un dettaglio marginale, perché racconta bene l’approccio scelto dalle autorità afghane. Non un controllo, non una limitazione temporanea, ma l’eliminazione vera e propria dello strumento.
L’estensione progressiva del provvedimento, regione dopo regione, lascia intravedere come la situazione possa evolvere nelle prossime settimane. Da una misura nata per il personale governativo si è già passati a comunità intere, e questo cambia parecchio la portata della questione. Le restrizioni che colpiscono studenti e operatori sanitari, ad esempio, toccano direttamente settori delicati come l’istruzione e la sanità, dove la comunicazione rapida fa spesso la differenza.
Per ora il provvedimento mantiene una sua struttura ufficiale, con tanto di gerarchia delle autorizzazioni e sanzioni previste per chi non rispetta le regole. Il fatto che l’unica via d’uscita passi per la firma personale del leader supremo rende evidente quanto poco margine ci sia per aggirare il divieto. Le immagini dei telefoni distrutti, intanto, continuano a girare e a dare un volto concreto a una decisione che, partita da un gruppo ristretto, sta lentamente allargando i propri confini.