OpenAI ha deciso di mettere i propri modelli di intelligenza artificiale nelle mani di un gruppo selezionato di ricercatori, senza chiedere nulla in cambio. Il nuovo programma si chiama ChatGPT for Academic Researchers e punta a offrire accesso gratuito agli strumenti dell’azienda a 100.000 tra scienziati, matematici e ingegneri sparsi per il mondo. Non tutti potranno partecipare, almeno non subito, perché l’iniziativa riguarda solo alcune istituzioni accademiche scelte con attenzione.
Chi rientra nel progetto avrà a disposizione parecchie cose interessanti. Prima di tutto il supporto diretto del team di OpenAI, poi l’accesso al modello più avanzato al momento disponibile, ovvero GPT-5.6 Sol Pro, e infine la possibilità di invitare fino a quattro collaboratori della propria università a lavorare insieme. Un pacchetto pensato per chi fa ricerca sul serio e ha bisogno di potenza di calcolo senza dover sborsare un centesimo.
OpenAI: numeri, investimenti e qualche dubbio
La partenza sarà graduale. Si comincia con 10.000 partecipanti durante l’estate del 2026, per poi arrivare a quota 100.000 entro il 2027. Dietro a tutto questo c’è un impegno economico consistente da parte di OpenAI, che parla di oltre 250 milioni di dollari, circa 230 milioni di euro, destinati fino al 2027 a sostenere la ricerca scientifica e la scoperta al di fuori dei propri laboratori. Non pochi spiccioli, insomma.
L’azienda fa notare una cosa piuttosto ovvia, ovvero che tanti ricercatori usano già i modelli di intelligenza artificiale per analizzare montagne di dati o per scrivere richieste di finanziamento. Questo programma non fa altro che rendere il rapporto un po’ più ufficiale. La logica ricorda da vicino quella di ChatGPT Edu, la versione pensata per le scuole, che segue lo stesso identico ragionamento.
Poi c’è la lettura meno benevola della faccenda. Qualcuno potrebbe pensare che OpenAI stia semplicemente cercando nuove fonti di dati per addestrare i suoi sistemi. L’azienda respinge questa ipotesi e chiarisce che, come impostazione predefinita, i dati dei ricercatori non verranno usati per allenare i modelli. Quello che invece un’operazione del genere può generare sono nuove scoperte scientifiche ottenute in qualche modo grazie a un modello GPT. E rendere sempre più discipline dipendenti da questi strumenti potrebbe aprire la strada a futuri guadagni derivanti dalla ricerca a scopo di lucro.
Non è la prima volta che l’azienda strizza l’occhio al mondo accademico. A gennaio è arrivato Prism, uno strumento basato sull’intelligenza artificiale pensato per lavorare con riviste e documenti scientifici. Prism è disponibile per chiunque abbia un account ChatGPT e permette di verificare cose come le citazioni bibliografiche e la formattazione dei testi. Nella dimostrazione iniziale l’azienda aveva mostrato anche la possibilità di generare piani di lezione, una di quelle attività noiose ma fondamentali per i professori impegnati nella ricerca.


