La musica creata con l’intelligenza artificiale ha vissuto mesi di grande entusiasmo, con qualcuno che è pure riuscito a metterci su qualche guadagno, ma ora il vento è cambiato. Non è più una semplice curiosità tecnologica. Sta diventando un vero problema, soprattutto per le piattaforme di streaming, quelle dove si monetizza e dove ogni giorno tocca fare i conti con una domanda scomoda: come distinguere la creatività autentica da quella massa di brani sfornati con pochi clic?
Il nodo non è l’esistenza dell’AI nella musica in sé. Il punto è la velocità. La rapidità con cui questi strumenti riescono a riempire i cataloghi di canzoni quasi identiche tra loro, tutte costruite su melodie di base che si somigliano parecchio. E qualche risposta ha iniziato ad arrivare. Stando a quanto emerso in queste ore, Spotify avrebbe rimosso oltre 75 milioni di tracce generate automaticamente dall’intelligenza artificiale. A dirlo è stato Sam Duboff, il dirigente che in azienda si occupa degli artisti, del marketing e delle politiche globali.
Numeri che raccontano un cambiamento rapidissimo
Il dato colpisce non solo per la sua grandezza, ma perché mostra quanto in fretta sia cambiato il panorama musicale. Basta pensare a quello che accade ogni singolo giorno sulla piattaforma. Vengono caricati circa 100.000 nuovi brani. E secondo alcune stime del settore, quasi il 44% sarebbe realizzato almeno in parte con strumenti di intelligenza artificiale.
Se anche solo ci si avvicinasse a quelle percentuali, il conto sarebbe impressionante. Parliamo di decine di migliaia di canzoni generate automaticamente ogni giorno, che si vanno ad accatastare tra le proposte che finiscono nelle orecchie degli ascoltatori. Numeri che fanno riflettere e che spiegano bene perché la pulizia messa in atto sia diventata una priorità.
Resta però una domanda di fondo, quella che tiene banco in tutta questa vicenda. Cosa significa davvero musica creata con l’AI? Perché il confine tra ciò che è genuino e ciò che è generato dalla macchina si sta facendo sempre più sottile. Un brano può nascere completamente dall’algoritmo, oppure può usare l’intelligenza artificiale solo in una fase del processo, magari per un ritocco o per un arrangiamento. E qui la faccenda si complica, perché tracciare una linea netta diventa quasi impossibile.
È proprio su questa ambiguità che si gioca la partita più difficile per le piattaforme di streaming musicale. Rimuovere 75 milioni di tracce è un segnale forte, un modo per dire che il problema è stato preso sul serio. Ma la vera sfida sarà capire, giorno dopo giorno, cosa merita di restare e cosa invece è solo rumore prodotto in serie.