Prada sulla Luna non è più soltanto una suggestione da copertina. Quando l’essere umano tornerà a calpestare il suolo lunare, lo farà con un tocco di eleganza e altissima tecnologia tutta italiana nascosto sotto lo scafandro. La collaborazione tra Axiom Space, colosso delle infrastrutture spaziali, e la celebre casa di moda milanese girava da tempo, ma adesso ci sono novità concrete sul progetto della tuta lunare.
Stavolta il protagonista è il cosiddetto Liquid Cooling and Ventilation Garment, una specie di sofisticata biancheria intima tecnica che i membri dell’equipaggio indosseranno a contatto diretto con la pelle durante la futura missione Artemis IV della NASA, in programma per il 2028. Niente di appariscente, almeno all’apparenza. Eppure è qui che si gioca buona parte della partita.
Come funziona lo strato più nascosto della tuta
Questo indumento rappresenta lo strato più interno dell’intero sistema e ha un compito tutt’altro che secondario, perché deve gestire il benessere fisico degli astronauti in condizioni estreme. Basta pensare alle passeggiate lunari, che possono durare fino a otto ore. Otto ore in cui l’organismo lavora sodo e accumula calore, parecchio. Per evitare il surriscaldamento, il sistema fa scorrere acqua fredda dentro una fitta rete di tubicini integrati nel tessuto, piazzati con cura in corrispondenza dei principali gruppi muscolari. Il calore corporeo viene assorbito, convogliato verso il sistema di supporto vitale dello zaino esterno e infine disperso nel vuoto cosmico.
La differenza rispetto ai modelli del passato sta tutta nella sicurezza. Per la prima volta è stato integrato un circuito di raffreddamento ridondante, vale a dire una linea di riserva che entra in azione all’istante se il condotto principale dovesse cedere. Una rete di salvataggio, in pratica, pensata per situazioni in cui un guasto non è un’opzione contemplabile.
Ma il capo non si limita a tenere fresco il corpo. Gestisce anche la respirazione: un circuito indipendente soffia ossigeno fresco direttamente verso il viso, dentro il casco, mentre spinge l’anidride carbonica espirata verso un sistema di purificazione e ricircolo. Tutto coordinato, tutto in movimento, senza che chi indossa la tuta debba pensarci.
Cosa c’entra Prada con una tuta spaziale
A questo punto la domanda viene spontanea: che ci fa una casa di moda in un progetto del genere? Il contributo italiano si è rivelato prezioso non tanto per il design, anche se conta, quanto per la conoscenza profonda dei materiali e delle tecniche di tessitura tridimensionale. Gli esperti hanno lavorato sulla modellistica 3D e sulla selezione di fibre speciali, capaci di reggere utilizzi ripetuti nel tempo.
E qui sta il punto vero. Le missioni lunari del prossimo futuro non saranno toccate e fuga. Servono materiali che durino, che non cedano dopo poche uscite, che possano essere riutilizzati senza perdere affidabilità. Una competenza che, a quanto pare, in casa Prada conoscono bene, applicata stavolta a un contesto dove l’errore si paga molto più caro di una passerella andata storta.