Dragon Age e tutta l’esperienza maturata in BioWare sembrano aver lasciato a Mark Darrah più di qualche riflessione su come l’industria dei videogiochi gestisce i soldi. Secondo un veterano che ha passato anni dentro lo studio canadese, il settore farebbe bene a guardare con maggiore attenzione a come funziona il business del cinema, perché certi meccanismi finanziari rischiano di soffocare la varietà invece di alimentarla.
Il problema delle microtransazioni nei videogiochi secondo un veterano di BioWare
Il nodo, a sentire chi ha vissuto dall’interno lo sviluppo di titoli importanti, sta tutto nelle microtransazioni. Non si tratta di demonizzarle in blocco, ma di capire che quando un modello di guadagno diventa troppo dominante finisce per distorcere l’intero panorama produttivo. Le parole sono piuttosto dirette. L’eccessiva dipendenza da questo tipo di entrate sta sovraccaricando di attenzioni alcuni generi a scapito di altri.
In pratica succede questo. Se un certo tipo di gioco si presta bene a vendere oggetti aggiuntivi, contenuti extra o personalizzazioni a pagamento, allora gli investimenti tendono a concentrarsi proprio lì. È una logica comprensibile dal punto di vista di chi mette i soldi, ma ha una conseguenza che pesa parecchio sul lungo periodo. I generi videoludici che non si adattano facilmente a quel modello rischiano di restare ai margini, ricevendo meno risorse e meno fiducia da parte di chi decide cosa finanziare.
Cosa l’industria dei videogiochi potrebbe imparare dal cinema
Il paragone con il mondo del cinema non arriva per caso. L’idea di fondo è che il business cinematografico abbia trovato strade diverse per fare profitto, senza appoggiarsi a un unico schema ripetuto all’infinito. Diversificare le fonti di guadagno permette di non incastrare la creatività dentro binari troppo stretti, lasciando spazio anche a produzioni che seguono regole differenti.
Il rischio concreto, altrimenti, è quello di un appiattimento. Quando l’attenzione si sposta sempre verso ciò che monetizza meglio, alcuni generi faticano a trovare il terreno adatto per crescere. Non perché manchino le idee o il pubblico, ma perché il sistema premia in modo sproporzionato chi sa generare introiti continui attraverso piccoli acquisti ripetuti nel tempo.
La critica, insomma, punta il dito su uno squilibrio. Da una parte ci sono i titoli costruiti attorno alle microtransazioni, che ricevono spinta e visibilità. Dall’altra ci sono tutte quelle produzioni che, per loro natura, non possono o non vogliono adottare quella stessa formula. E in mezzo c’è un’industria che, secondo questa lettura, dovrebbe ripensare un po’ le proprie priorità se vuole davvero far fiorire la varietà.
Il messaggio che arriva da chi ha lavorato a lungo su progetti come Dragon Age è quindi una sorta di invito a guardare oltre il guadagno immediato. Imparare dal cinema significherebbe accettare che esistono modi diversi di costruire valore, e che concentrare tutto su un solo metodo finisce per impoverire l’offerta complessiva, lasciando indietro proprio quei generi che potrebbero portare qualcosa di nuovo.