Pensavano di aver trovato il sistema perfetto. Più stabile, più furbo, praticamente invisibile ai controlli. E invece Cinemagoal, quella che veniva spacciata come l’evoluzione definitiva del classico pezzotto, si è rivelata tutt’altro che a prova di indagine. I primi 1000 utenti individuati nell’ambito dell’operazione “Tutto chiaro”, coordinata dalla Procura di Bologna e portata avanti dalla Guardia di finanza di Ravenna, riceveranno sanzioni che vanno da 154 a 5.000 euro.
L’indagine è partita da un monitoraggio sui social e ha prodotto oltre 100 perquisizioni e sequestri su tutto il territorio nazionale. Al centro di tutto c’è proprio Cinemagoal: un’app che veniva installata direttamente sui dispositivi dei clienti e dava accesso illegale, tramite un server estero, ai contenuti di Sky, Dazn, Netflix, Disney+, Spotify e altre piattaforme. Non si trattava del classico accesso IPTV, o quantomeno non solo di quello.
Stando a quanto ricostruito dalla Guardia di finanza, in Italia erano state predisposte macchine virtuali attive 24 ore su 24. Ogni tre minuti intercettavano e ritrasmettevano codici “originali” collegati ad abbonamenti regolari, intestati però a soggetti fittizi, in parte ora identificati. Il risultato era un segnale già “in chiaro”, pronto per la visione dei contenuti pirata.
Come funzionava la rete di distribuzione di Cinemagoal
Quello che rendeva Cinemagoal diversa dalla pirateria audiovisiva più tradizionale era soprattutto il modo in cui veniva proposta. Non un semplice accesso abusivo a prezzo stracciato, ma un vero e proprio pacchetto commerciale: app dedicata, abbonamenti annuali, una rete di oltre 70 rivenditori sul territorio e una promessa ben precisa, ovvero qualità di visione superiore e minore esposizione ai controlli. L’accesso tramite l’app, secondo gli investigatori, non generava una connessione associabile direttamente a un indirizzo IP specifico, il che schermava maggiormente l’utente finale. Ed era proprio questa la caratteristica che veniva pubblicizzata con più enfasi.
Gli abbonamenti annuali costavano tra 40 e 130 euro a seconda dei pacchetti scelti. I pagamenti avvenivano preferibilmente con strumenti difficili da tracciare, in particolare criptovalute, oppure attraverso conti di appoggio esteri o intestati in modo fittizio. Una parte dei proventi finiva poi direttamente nelle tasche degli organizzatori della frode.
La struttura ricostruita dagli investigatori mostra una catena piuttosto articolata: rivenditori, clienti finali, infrastrutture tecniche in Italia e supporti informatici all’estero. Per il coordinamento delle operazioni in Francia e Germania, l’Autorità giudiziaria si è avvalsa della cooperazione internazionale con Eurojust. All’estero sono stati sequestrati anche i supporti informatici nei quali sarebbero custoditi i dati per decodificare i segnali audiovisivi protetti e il codice sorgente dell’applicazione. Nello stesso contesto, la Guardia di finanza ha riscontrato anche l’utilizzo della IPTV più tradizionale: le due modalità convivevano nella stessa rete.
Danni stimati per 300 milioni di euro, indagini ancora in corso
Nell’operazione sono stati impiegati circa 200 finanzieri. Il materiale sequestrato verrà ora analizzato per identificare tutti i soggetti coinvolti, compresi gli acquirenti finali, e per determinare i profitti illeciti complessivamente generati. Le ipotesi di reato contestate sono pirateria audiovisiva, accesso abusivo a sistemi informatici e frode informatica. Con il supporto delle società danneggiate, è stata stimata una prima cifra del danno economico causato negli anni: circa 300 milioni di euro, calcolati sui diritti non riscossi.
Ai primi 1000 abbonati individuati verranno notificate le sanzioni da 154 a 5.000 euro. La Guardia di finanza ha precisato che il procedimento penale è ancora nella fase delle indagini preliminari.
