Provare ad avviare un sistema operativo degli anni Settanta o Ottanta nel 2026 non è affatto banale. Non basta procurarsi un file ISO e lanciarlo con un qualsiasi emulatore. Spesso serve una versione specifica del firmware, una configurazione hardware che non esiste più, oppure patch che nessuno aggiorna da decenni. Ed è esattamente il problema che Virtual OS Museum prova a risolvere: parliamo di una collezione monumentale che riunisce oltre 1700 installazioni storiche già pronte all’uso, tutte concentrate all’interno di una singola VM Linux.
Il progetto porta la firma di Andrew Warkentin, sviluppatore canadese che da più di vent’anni raccoglie immagini disco, emulatori, documentazione tecnica e sistemi operativi ormai quasi introvabili. La sua idea va ben oltre il semplice archivio di software storico. Quello che ha costruito è una piattaforma realmente eseguibile, pensata anche per chi non ha voglia di passare giorni a configurare emulatori, file ROM e supporti di boot. In pratica, basta scaricare la VM, aprire il launcher e avviare qualunque sistema con un clic.
La parte davvero interessante è che Virtual OS Museum non si limita a conservare i file originali. Il progetto tenta di preservare anche le condizioni tecniche necessarie per farli funzionare oggi. Molti sistemi girano solo con determinate versioni degli emulatori, e release più recenti a volte introducono regressioni che rendono tutto inutilizzabile. In diversi casi, Warkentin ha modificato emulatori esistenti o applicato patch su misura per tenere in vita installazioni che altrimenti sarebbero andate perdute.
Il catalogo copre quasi 80 anni di storia informatica: si parte dal Manchester Baby del 1948, considerato il primo computer con un programma memorizzato direttamente nella memoria interna, e si arriva fino alle build preliminari di Windows Longhorn. Nel mezzo ci sono sistemi come CTSS, Multics, IRIX, OS/2, Solaris per architettura SPARC, BeOS, NeXTSTEP e PalmOS. In totale, oltre 570 sistemi operativi distinti distribuiti su più di 250 piattaforme hardware emulate.
Va detto che il processo di verifica è ancora in corso: meno della metà delle installazioni è stata testata completamente sulle versioni più recenti dell’infrastruttura. Dettaglio non trascurabile, considerando che stiamo parlando di un archivio enorme costruito quasi interamente da una sola persona.
Una sola appliance invece di migliaia di macchine virtuali separate
La scelta progettuale probabilmente più azzeccata riguarda la struttura della piattaforma. Invece di distribuire migliaia di VM isolate, Virtual OS Museum utilizza una singola appliance Linux che integra launcher, emulatori, immagini disco e sistemi di aggiornamento centralizzati. Il launcher funziona in modo indipendente dall’hypervisor host e supporta QEMU, VirtualBox e UTM. Script di avvio, configurazioni e hypervisor risultano già inclusi nella VM, con collegamenti dedicati per Windows, macOS e Linux.
Il sistema prevede anche snapshot automatici per ripristinare rapidamente installazioni danneggiate. Molti ambienti storici usano filesystem fragili o software che accede direttamente all’hardware virtualizzato, e basta una configurazione sbagliata per compromettere immagini disco difficilissime da ricostruire.
Il progetto è distribuito in due edizioni: la versione completa occupa circa 120 GB compressi (oltre 170 GB una volta estratta) e funziona completamente offline. La versione lite pesa molto meno, circa 14 GB compressi, ma scarica automaticamente i supporti la prima volta che un sistema operativo viene lanciato. Il catalogo disponibile è identico per entrambe. Cambia solo il modello di distribuzione: l’approccio incrementale evita di dover riscaricare l’intera appliance ogni volta che vengono aggiunte nuove installazioni. Gli aggiornamenti possono avvenire automaticamente all’avvio della VM oppure manualmente tramite la funzione integrata nel launcher.
Dai mainframe ai desktop grafici, fino al mondo mobile
La varietà della raccolta di Virtual OS Museum impressiona soprattutto per ampiezza. Il museo virtuale accoglie software per Manchester Baby, EDSAC e Mark 1, ma anche sistemi mainframe come VM/370, TOPS-20, ITS e Multics. Per chi studia l’evoluzione dell’informatica, avere accesso diretto a queste piattaforme significa osservare la nascita concreta di concetti oggi considerati normali: timesharing, multiutenza, filesystem gerarchici e virtualizzazione.
La sezione UNIX e workstation include sistemi come SunOS, IRIX, A/UX, OSF/1, HP-UX, Solaris SPARC e NeXTSTEP. Molte installazioni contengono già software dell’epoca: ambienti X11, utilità di sviluppo, browser storici, giochi e strumenti amministrativi configurati come sarebbero stati utilizzati realmente.
Anche il mondo consumer è rappresentato in modo molto esteso: DOS, Windows dalla versione 1.0 fino alle build Longhorn, Mac OS classico, OS/2, CP/M, BeOS e decine di distribuzioni Linux storiche convivono accanto a piattaforme meno note come Oberon, Inferno, Smalltalk environments e Plan 9. Non mancano nemmeno sistemi embedded e mobile: PalmOS, Newton OS, Symbian, Windows CE e prime versioni di Android e iOS, anche se in alcuni casi i limiti hardware impediscono una replica completa del comportamento originale.
Virtual OS Museum non nasce da una fondazione, un’università o una grande azienda tecnologica. È un lavoro personale sostenuto quasi esclusivamente dal tempo libero del suo autore. Gran parte della memoria informatica mondiale dipende ancora da iniziative come questa: documentazione tecnica perduta, nastri magnetici deteriorati, software proprietari abbandonati e hardware ormai irreperibile rischiano di scomparire definitivamente senza archivi indipendenti costruiti da appassionati.
