I casi di manomissione della Carta d’Identità Elettronica stanno aumentando in modo preoccupante, e le conseguenze per chi decide di rimuovere il chip dal documento sono tutt’altro che leggere. L’ultimo episodio riguarda un uomo di 44 anni, scoperto durante un normale controllo con una CIE manomessa: il microchip era stato fisicamente rimosso dalla carta. Il risultato? Una denuncia penale.
La vicenda mette in luce un fenomeno che, per quanto possa sembrare marginale, si sta diffondendo più di quanto ci si aspetterebbe. Qualcuno, evidentemente convinto che il chip contenuto nella Carta d’Identità Elettronica rappresenti una forma di controllo o sorveglianza, decide di rimuoverlo. Peccato che, facendo così, non solo si rende il documento completamente inutilizzabile ai fini identificativi, ma si commette un reato a tutti gli effetti. E non uno da poco.
Alterare o danneggiare un documento d’identità è un comportamento che il codice penale italiano prende molto sul serio. Si parla di falsificazione documentale, con tutto quello che ne consegue in termini di procedimenti giudiziari, sanzioni e precedenti penali. Insomma, non è il tipo di gesto che resta senza conseguenze.
Perché la CIE sta diventando terreno di scontro
C’è un contesto che vale la pena considerare. La CIE diventerà obbligatoria a partire da agosto 2026, e questo passaggio sta alimentando un dibattito piuttosto acceso. Una parte della popolazione vede nella digitalizzazione del documento d’identità una sorta di imposizione, e non mancano letture complottiste che collegano il microchip a fantomatici sistemi di tracciamento.
La realtà, ovviamente, è molto più banale. Il chip presente nella Carta d’Identità Elettronica serve a contenere i dati personali del titolare in formato digitale, rendendo il documento più sicuro e più difficile da falsificare rispetto alla vecchia versione cartacea. Ma quando si mescolano timori, disinformazione e un pizzico di diffidenza verso le istituzioni, il risultato è quello che abbiamo visto: persone che decidono di manomettere il proprio documento, convinte magari di compiere un atto di resistenza, e che finiscono con una denuncia sulle spalle. Il caso del 44enne non è isolato. Le forze dell’ordine stanno riscontrando un numero crescente di CIE manomesse durante i controlli ordinari, il che suggerisce che il fenomeno potrebbe essere più esteso di quanto emerga finora. Ogni singolo caso comporta una segnalazione e un procedimento, con tutto il carico burocratico e legale che ne deriva per chi viene trovato con un documento alterato.
Cosa rischia concretamente chi rimuove il chip
Per essere chiari: presentare una Carta d’Identità Elettronica priva del microchip equivale a presentare un documento contraffatto. Non importa che la foto e i dati stampati siano quelli corretti del titolare. Il chip è parte integrante del documento, e la sua rimozione configura una manomissione che può portare a conseguenze penali serie, dalla denuncia per distruzione di atto pubblico fino alle accuse legate alla falsificazione.
Chi pensa che togliere il chip sia un gesto innocuo o una semplice scelta personale si sbaglia di grosso. Il documento appartiene allo Stato, viene rilasciato dal Comune di residenza e ha un valore legale ben preciso. Danneggiarlo intenzionalmente non rientra in nessuna forma di diritto individuale riconosciuta dall’ordinamento. Con l’obbligo della CIE previsto per agosto 2026, è ragionevole aspettarsi che i controlli si intensifichino ulteriormente e che episodi come quello del 44enne denunciato diventino sempre più frequenti nelle cronache.
