Shrek compie 25 anni e parlarne oggi significa fare i conti con qualcosa che va ben oltre un semplice film d’animazione. Quel che è uscito nelle sale nel 2001 ha rappresentato una frattura netta nel modo di raccontare storie al cinema, una specie di prima e dopo che ha coinvolto due generazioni di spettatori. E tutto è nato, incredibilmente, dalla rabbia furiosa di un singolo uomo.
Shrek non sarebbe mai esistito senza Jeffrey Katzenberg. Era stato uno degli artefici del Rinascimento Disney, braccio destro di Michael Eisner, chiamato a inizio anni Ottanta per risollevare le sorti dello studio. Insieme, i due riuscirono a produrre opere che ancora oggi restano punti di riferimento assoluti: La Sirenetta, La Bella e la Bestia, Aladdin, Il Re Leone. Il livello raggiunto fu straordinario, anche se il metodo non fu esattamente indolore, tra tagli ai costi e conflitti con artisti e registi. Col tempo, però, il rapporto tra Eisner e Katzenberg si deteriorò in modo irreparabile. Quando il presidente della Disney Frank Wells morì in un incidente, Eisner colse l’occasione per un vero colpo di mano: si autoproclamò direttore e spinse Katzenberg fuori dalla porta, licenziandolo nel 1994.
Una vendetta personale trasformata in capolavoro
Ne seguì una causa legale con decine di milioni in ballo, ma per Katzenberg non era abbastanza. Fondò insieme a Steven Spielberg e David Geffen la DreamWorks Pictures, e da lì partì una guerra aperta con la Disney. Arrivarono Z la Formica, Il Principe d’Egitto, Galline in fuga, il deludente El Dorado. E poi Shrek, la ciliegina sulla torta. In realtà il progetto veniva da un romanzo di William Steig del 1990, i cui diritti Spielberg si era assicurato già l’anno successivo. Portarlo sullo schermo, però, fu un’impresa colossale. Si dice che alla DreamWorks mandassero la gente a lavorare su Shrek come forma di punizione. Un po’ esagerato, certo, ma il progetto attraversò riscritture infinite e nel 1997, quando i primi screen test vennero giudicati disastrosi, si dovette ricominciare da capo. La Pacific Data Images fu incaricata di realizzare un’animazione interamente in CGI e Katzenberg pretese una sceneggiatura con un unico obiettivo: demolire pezzo per pezzo i luoghi comuni narrativi della Disney.
E ci riuscì. Shrek, anche a 25 anni di distanza, resta la critica più geniale e divertente a quell’universo fatto di principi azzurri, fate madrine e divisioni nette tra bello e brutto, luce e tenebra. La visione manichea che fin da Biancaneve del 1939 aveva dominato l’animazione occidentale venne ribaltata completamente. Le battute pecorecce, le trovate assurde, i riferimenti ai film dei Fratelli Farrelly, a Scary Movie di Wayans, gli omaggi sghembi a Matrix e Il Laureato, tutto contribuì a fare di Shrek qualcosa di molto più vicino a una commedia demenziale sotto mentite spoglie che a un classico film per bambini. E fu proprio questo a renderlo trasversale, capace di parlare a chiunque.
Una rivoluzione che ha riscritto le regole dell’animazione
Shrek rovesciò ogni convenzione. Lo fece nel primo capitolo e poi nei sequel e negli spin-off, distruggendo il mito del Principe azzurro, della Fata Madrina, dei re e dei cavalieri. I mostri e le creature diventarono metafora della gente comune, assediata da una società dove contano solo apparenza e ricchezza. Recuperò anche il concetto di coppia comica con Ciuchino e Shrek, strizzando l’occhio al buddy movie: le dinamiche tra Mike Myers ed Eddie Murphy riportarono in vita la comicità del grande John Landis. E poi Pinocchio, Biancaneve, Cenerentola, il Lupo Cattivo, l’omino di pan di zenzero, tutti depurati dalla loro finta innocenza borghese dentro questo gigantesco affresco punk.
Fu un film fedele alla vena polemica del cinema giovanile degli anni Novanta, in perfetta contrapposizione alla plasticità delle major e al loro tono paternalistico. Era un film per la MTV generation, per la generazione Millennial. Furono i liceali e i giovani universitari di allora a decretarne il successo: circa 450 milioni di euro al botteghino globale e l’Oscar come miglior film d’animazione. Erano cresciuti con il Rinascimento Disney ma avevano capito che il mondo era un po’ più complesso di così.
Shrek, insieme a Toy Story, ebbe quell’impatto enorme proprio perché seppe costruire una narrazione fittizia che corrispondeva davvero alla realtà. La visione era ancora ottimista, l’11 settembre sarebbe arrivato quattro mesi dopo, ma era anche meno superficiale, più articolata. Non a caso Fiona, nel finale, sceglie Shrek e sceglie di essere come lui. Se nelle fiabe il ranocchio torna a essere un principe, Shrek cambiò tutto: ricordò che la cosa più importante è ciò che ognuno ha dentro. Da quel momento iniziò un percorso verso una maggiore diversità e inclusività nella rappresentazione artistica sul grande e piccolo schermo.
