La terapia CAR T, una delle innovazioni più potenti nella lotta contro i tumori, sta aprendo prospettive inaspettate per milioni di persone affette da malattie autoimmuni. Quella che era nata come un’arma contro le forme aggressive di leucemia potrebbe presto diventare un trattamento rivoluzionario per condizioni come sclerosi multipla, lupus, sindrome della persona rigida e molte altre patologie in cui il sistema immunitario attacca il corpo stesso.
La storia di Jan Janisch-Hanzlik racconta bene cosa significa vivere con una malattia autoimmune che non risponde alle cure convenzionali. A 49 anni, la sua sclerosi multipla le aveva tolto quasi tutto. Aveva lasciato il lavoro attivo come infermiera per un ruolo d’ufficio, le cadute frequenti le impedivano di tenere in braccio i nipotini, e si era trasferita in una casa più grande per fare spazio alla sedia a rotelle che temeva di dover usare a tempo pieno. Quando ha saputo di una sperimentazione sulla terapia CAR T presso il centro medico dell’Università del Nebraska a Omaha, vicino alla sua città, ha chiamato la clinica ogni due mesi finché non è stata arruolata come prima paziente. Il 9 giugno 2025 si è seduta per ricevere il trattamento sperimentale, con un misto di speranza e paura.
Il principio alla base della terapia CAR T è tanto elegante quanto complesso. Si prelevano le cellule T del paziente, si inserisce nel loro DNA il codice per un recettore chimerico (il famoso CAR, chimeric antigen receptor), e poi si reinfondono nel corpo. Quel recettore si aggancia a molecole specifiche sulla superficie delle cellule bersaglio, attivando la cellula T per distruggerle. Nel caso dei tumori del sangue, il bersaglio sono le cellule B impazzite. Ma le cellule B sono anche al centro di molte malattie autoimmuni, perché producono anticorpi contro i tessuti sani del corpo anziché contro gli agenti patogeni. Il ragionamento è stato quasi naturale. Se la terapia CAR T funziona contro le cellule B cancerose, potrebbe funzionare anche contro quelle che causano autoimmunità.
Terapia CAR T: i primi risultati e i rischi da considerare
Un team tedesco ha aperto la strada nel 2021, trattando con successo una donna affetta da lupus. Da allora, centinaia di sperimentazioni cliniche sono state avviate in tutto il mondo. Amanda Piquet, neurologa specializzata in autoimmunità all’Università del Colorado, ha definito la terapia CAR T “un punto di svolta” mentre ne valutava l’applicazione per la sindrome della persona rigida, una condizione rara senza trattamenti approvati dalla FDA. Nello studio da lei guidato, pubblicato con risultati preliminari a dicembre 2025, 26 pazienti hanno ricevuto una singola dose. Prima del trattamento, molti camminavano a fatica e 12 usavano ausili come deambulatori o bastoni. A 16 settimane dal trattamento, la maggior parte camminava più velocemente e otto non avevano più bisogno di supporti per brevi distanze. Ad aprile, tutti e 26 i pazienti avevano sospeso qualsiasi altra immunoterapia.
Ma riprogrammare il sistema immunitario non è privo di conseguenze. Le cellule CAR T, mentre attaccano i bersagli, possono provocare infiammazioni severe con febbre alta e pressione bassa. Se l’infiammazione raggiunge il cervello, possono comparire confusione e sonnolenza. La buona notizia è che i medici oggi hanno un decennio di esperienza nel gestire queste complicanze. Emily Littlejohn, reumatologa alla Cleveland Clinic, spiega che nella maggior parte dei casi sono reversibili e non causano danni a lungo termine. C’è poi il tema della ridotta immunità. Il trattamento prevede chemioterapia per fare spazio alle nuove cellule ingegnerizzate, e se funziona decima la popolazione di cellule B. Per circa un anno i pazienti restano vulnerabili alle infezioni, anche se antibiotici preventivi, antivirali e vaccini aiutano a gestire il rischio.
Costi, nuove generazioni e il futuro della terapia CAR T
A febbraio, funzionari della FDA hanno pubblicato un documento che riconosce il potenziale della terapia CAR T nelle malattie autoimmuni, avvertendo però di possibili “tossicità imprevedibili a lungo termine”. Nei pazienti oncologici, il trattamento è stato collegato a problemi come il morbo di Parkinson e, in rari casi, le stesse cellule ingegnerizzate hanno dato origine a nuovi tumori. Un rischio accettabile quando si combatte un cancro letale, molto meno quando si tratta di autoimmunità, come sottolinea Matt Lunning, direttore medico per la terapia genica e cellulare al Nebraska Medicine.
Per questo si lavora già a versioni di seconda e terza generazione. James Howard, neurologo all’Università della Carolina del Nord, sta testando una tecnologia sviluppata da Cartesian Therapeutics che utilizza mRNA al posto del DNA per codificare il recettore CAR. Le cellule T così modificate eliminano le cellule B solo finché l’mRNA persiste, poi perdono la loro capacità di attacco, eliminando il rischio di cellule geneticamente modificate che restano nel corpo a lungo termine. In una recente sperimentazione, 15 pazienti autoimmuni hanno ricevuto questo trattamento. Due terzi hanno visto migliorare i sintomi e nessuno ha avuto effetti collaterali gravi.
L’altro grande ostacolo è il costo, che può raggiungere centinaia di migliaia di euro considerando ricoveri, ingegnerizzazione cellulare e spese correlate. Una soluzione promettente è l’approccio “off the shelf”, che utilizza cellule T da donatori sani anziché dal singolo paziente. Bing Du, immunologo alla East China Normal University di Shanghai, stima che da un singolo prelievo di sangue di un donatore si potrebbero produrre cellule CAR T per oltre 1.000 pazienti, con un risparmio significativo. Proprio questo tipo di terapia CAR T da donatore è quella ricevuta da Janisch-Hanzlik nel 2025, nell’ambito di uno studio di TG Therapeutics che dovrebbe concludersi all’inizio del 2029.
A quasi un anno dal trattamento, Janisch-Hanzlik non ha più bisogno degli occhiali speciali per la visione doppia, ha smesso di portare il bastone in casa e al supermercato, cade raramente e non ha più bisogno del pisolino quotidiano di tre ore. Ha visitato il Grand Canyon e passa più tempo con i nipotini. Restano alcuni sintomi, tra cui debolezza alla gamba destra e difficoltà nel trovare le parole giuste. Quando chiede ai medici se migliorerà ancora, la risposta è sempre la stessa: “Non lo sappiamo, sei la prima. Dovremo aspettare e vedere.”
