La vendita record di azioni OpenAI ha trasformato centinaia di dipendenti in milionari praticamente da un giorno all’altro. Una di quelle storie che sembrano uscite dalla Silicon Valley degli anni d’oro, ma con una differenza sostanziale: qui i soldi sono veri, non promesse su carta.
6,6 miliardi di dollari in una sola operazione
L’11 maggio 2026, OpenAI ha aperto le porte a oltre 600 persone tra dipendenti attuali ed ex collaboratori, dando loro la possibilità di vendere le proprie quote azionarie. Il risultato complessivo fa girare la testa: circa 6,2 miliardi di euro di liquidità generata in un colpo solo. Una cifra che ha letteralmente cambiato la vita a moltissime persone coinvolte nell’operazione.
Il paragone con la bolla delle dot-com degli anni Novanta viene spontaneo, ma regge fino a un certo punto. All’epoca, il valore delle azioni era spesso gonfiato da aspettative irrealistiche e da un mercato che ballava su fondamenta fragili. OpenAI, pur essendo ancora tecnicamente una startup e non essendo quotata ufficialmente in borsa, ha scelto un approccio diverso: permettere ai propri talenti di incassare capitali reali, non solo numeri su un foglio di bilancio.
Fra tutti coloro che hanno partecipato alla vendita, 75 persone sono riuscite a raggiungere il tetto massimo consentito per questa operazione, portandosi a casa qualcosa come 28 milioni di euro ciascuno. Non tutti però hanno scelto di tenere tutto per sé: alcuni hanno preferito destinare parte di quelle somme a fondi di donazione o a progetti filantropici.
Dalla ricchezza teorica al denaro reale
Per chi lavora nel mondo tech, soprattutto nelle startup più promettenti, esiste un problema che si conosce bene: la cosiddetta ricchezza sulla carta. Le azioni crescono di valore nei bilanci aziendali, i numeri sembrano fantastici, ma poi quel patrimonio resta bloccato per anni a causa di clausole contrattuali e vincoli temporali. È un po’ come avere un tesoro chiuso in una cassaforte di cui non si possiede la combinazione.
OpenAI ha deciso di rimuovere il classico vincolo dei due anni di attesa, aprendo di fatto la possibilità di monetizzare anche a chi è entrato in azienda dopo il boom di ChatGPT. Una mossa che ha reso l’operazione ancora più inclusiva e che ha coinvolto un numero di persone decisamente ampio rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare da una società non ancora quotata.
Per i veterani, quelli che lavorano in OpenAI da circa sette anni, l’affare è stato ancora più clamoroso. Il valore delle prime azioni assegnate si è moltiplicato per cento volte rispetto al prezzo iniziale. Chi aveva creduto nel progetto fin dall’inizio si è ritrovato con un ritorno sull’investimento che definire straordinario è quasi riduttivo.
La guerra dei talenti nell’intelligenza artificiale
Al di là della vendita di azioni, il settore dell’intelligenza artificiale sta vivendo una fase in cui la competizione per i migliori talenti è feroce. Le grandi aziende tecnologiche si contendono i professionisti più qualificati con offerte che farebbero impallidire qualsiasi altro comparto. Gli stipendi base per chi opera ad alti livelli superano ormai i 470mila euro, e sempre più spesso i pacchetti retributivi complessivi raggiungono cifre multimilionarie.
