La morte di Albert Camus resta uno degli episodi più paradossali della storia della letteratura. Il pomeriggio del 4 gennaio 1960, lungo la Route Nationale 5, nei pressi di Villeblevin, in Borgogna, un’auto di lusso sbandò e si schiantò contro un platano. L’impatto fu così violento da uccidere sul colpo uno dei passeggeri. Lo scrittore francese di origini algerine che aveva dedicato tutta la propria opera a indagare il nonsenso dell’esistenza umana. Proprio lui, il grande pensatore dell’assurdo, finì per morire nel modo più assurdo possibile.
Albert Camus: un cambio di programma che cambiò tutto
Pare che Albert Camus non amasse particolarmente le automobili né la velocità. Il piano originale, dopo aver trascorso le vacanze di Natale a Lourmarin, prevedeva un ritorno a Parigi in treno. Aveva persino acquistato il biglietto, che secondo alcune versioni portava ancora in tasca al momento dello schianto. Fu Michel Gallimard, amico e editore dello scrittore, a convincerlo a viaggiare con la sua famiglia a bordo di una fiammante Facel Vega, marchio francese di auto di lusso che aveva conquistato personaggi del calibro di Pablo Picasso, Ava Gardner e James Dean.
Quel cambio di itinerario si rivelò fatale. Mentre percorreva la Borgogna quel pomeriggio del 4 gennaio, la Facel Vega FV3B di Gallimard subì lo scoppio dello pneumatico posteriore sinistro. Il cerchione scivolò sull’asfalto, la ruota anteriore destra finì in un fossetto laterale e l’auto sbandò verso il lato della strada. Il veicolo andò a sbattere contro un albero con una violenza tale da ruotare su se stesso e colpire un secondo platano lungo il margine della carreggiata. Il motore e il cambio vennero proiettati fuori dall’abitacolo, il telaio si accartocciò completamente.
La moglie e la figlia di Gallimard, sedute sul sedile posteriore, riportarono ferite ma erano abbastanza coscienti da chiamare l’animale domestico di famiglia. Gallimard stesso, privo di sensi, venne trasportato prima all’ospedale di Villeneuve-la-Guyard e poi a Parigi, dove morì alcuni giorni dopo nonostante tutti i tentativi di salvargli la vita. Camus, che occupava il sedile del passeggero anteriore destro, ebbe la sorte peggiore: dopo il primo impatto, il secondo tronco colpì in pieno la portiera accanto a lui. Si ritiene che sia morto sul colpo. Quando i giornalisti raggiunsero il luogo dello schianto, trovarono un cruscotto distrutto che mostrava due dati significativi. L’orologio fermo all’1:54 e il tachimetro bloccato a 145 km/h, un particolare che lascia aperti interrogativi sul ruolo della velocità nello scoppio del pneumatico.
Una morte “imprevista e assurda” per il filosofo dell’assurdo
Nonostante avesse solo 46 anni, Camus era già una celebrità internazionale. Scrittore, intellettuale, attivista e filosofo, nel 1957 era diventato il secondo autore più giovane a vincere il Premio Nobel per la Letteratura. La notizia della sua scomparsa fu così dirompente che la radio pubblica francese interruppe la programmazione musicale per comunicarla. Il quotidiano coreano The Chosun Daily gli dedicò diverse pagine, mentre in Spagna la notizia venne ripresa tra gli altri dal quotidiano ABC, il cui corrispondente a Parigi, Federico García-Requena, scelse un titolo che andava ben oltre la cronaca: “La morte, imprevista e assurda, di Albert Camus”.
Se qualcuno poteva cogliere fino in fondo l’ironia crudele di quella definizione, era chi conosceva l’opera dello scrittore. Nella narrativa con “Lo straniero” e nel saggio filosofico con “Il mito di Sisifo”, Camus aveva esplorato in profondità il concetto di assurdo, il nonsenso assoluto della condizione umana. Per lui, però, riconoscere quell’assurdità non significava arrendersi. Al contrario: “Questo saggio considera l’assurdo, preso finora come conclusione, come un punto di partenza”, si legge proprio nelle prime righe de Il mito di Sisifo. E ancora: “Ciò che è assurdo è il confronto tra quell’irrazionale e quel desiderio sfrenato di chiarezza il cui richiamo risuona nel più profondo dell’uomo”. Per Camus la ribellione contro il nonsenso restituiva grandezza alla vita, e l’uomo era chiamato a dare un significato alla propria esistenza nel silenzio irragionevole del mondo.
C’è poi un ultimo dettaglio che rende il tutto ancora più amaro. Lo schianto avvenne in un rettilineo, su un tratto di strada che in teoria non presentava particolari difficoltà. Questo ha portato negli ultimi anni alcuni autori a ipotizzare, senza prove conclusive e tra lo scetticismo dei biografi, che l’incidente non fosse casuale ma il risultato di un presunto sabotaggio del KGB, come ritorsione per le critiche di Camus all’Unione Sovietica. Gli esperti ritengono l’ipotesi poco plausibile. Non tanto perché i sovietici non avessero motivi per colpire lo scrittore, quanto perché avrebbero avuto metodi ben più sicuri a disposizione. Oltretutto, il viaggio a bordo della Facel Vega di Gallimard fu una decisione dell’ultimo momento.
Quel che si sa con certezza è che, poco prima di morire, lo stesso Albert Camus aveva commentato che non esiste fine “più idiota” di quella in un incidente stradale. Lo disse quando gli giunse la notizia, in realtà errata, che il ciclista Fausto Coppi fosse morto proprio così, mentre in realtà fu la malaria a ucciderlo. Solo due giorni dopo la scomparsa di Coppi, era Camus a perdere la vita sotto un albero piantato lungo una remota strada di Francia.
