La più grande conferenza al mondo sui diritti digitali non si terrà. RightsCon 2026, l’evento annuale che da oltre un decennio riunisce migliaia di attivisti, ricercatori e organizzazioni impegnate su temi come censura, sorveglianza e libertà online, è stata annullata. E il motivo ha poco a che fare con la logistica. Dietro la cancellazione ci sarebbero le pressioni diplomatiche della Cina sul governo dello Zambia, paese che avrebbe dovuto ospitare l’evento.
A rendere pubblica la vicenda è stata Access Now, l’organizzazione non profit che organizza RightsCon ogni anno. In una nota ufficiale, Access Now ha spiegato di essere stata informata che diplomatici della Repubblica popolare cinese stavano facendo pressioni sullo Zambia perché alcuni partecipanti della società civile taiwanese avevano in programma di partecipare di persona all’evento. In sostanza, per permettere alla conferenza di andare avanti, sarebbe stato necessario limitare temi specifici ed escludere comunità a rischio. Tra cui proprio i partecipanti taiwanesi, sia dalla partecipazione in presenza che online.
RightsCon 2026 avrebbe dovuto includere diversi incontri dedicati all’influenza internazionale della Cina. Come le modalità con cui Pechino esporta l’autoritarismo digitale e diffonde disinformazione in regioni come l’Africa, oltre a discussioni su cyberattacchi e sulla diffusione globale delle tecnologie di censura e sorveglianza.
Cosa è successo tra Cina e Zambia
La ricostruzione dei fatti racconta una settimana convulsa. Una settimana prima dell’inizio previsto della conferenza a Lusaka, il governo zambiano ha annunciato improvvisamente il rinvio dell’evento a data da destinarsi. Il 28 aprile, il ministro della Tecnologia e della Scienza zambiano, Felix Mutati, ha dichiarato che alcuni relatori e partecipanti erano ancora in attesa delle necessarie autorizzazioni amministrative e di sicurezza. Il giorno successivo, il ministro dell’Informazione e dei Media Thabo Kawana ha aggiunto che il rinvio si era reso necessario per consentire la piena condivisione di informazioni cruciali relative ai principali temi proposti per la discussione.
Arzu Geybulla, co-direttrice esecutiva di Access Now, ha raccontato che già il 27 aprile, due giorni prima dell’annuncio ufficiale, l’organizzazione era venuta a sapere che la partecipazione in presenza di persone provenienti da Taiwan aveva attirato l’attenzione del governo cinese. Le autorità cinesi stavano cercando di influenzare l’approccio del governo zambiano relativamente all’ingresso nel paese dei partecipanti taiwanesi. Poco dopo, lo Zambia ha fatto pubblicamente riferimento a “protocolli diplomatici” e ad “autorizzazioni di sicurezza ancora in sospeso” come ragioni dell’interruzione di RightsCon.
Anche la Open Culture Foundation, un’organizzazione non profit taiwanese che avrebbe dovuto partecipare, è stata avvertita che i cittadini taiwanesi avrebbero potuto avere problemi a entrare in Zambia a causa delle possibili obiezioni dell’ambasciata cinese. Ai partecipanti è stato chiesto di non procedere con i piani di viaggio. Nikki Gladstone, direttrice di RightsCon presso Access Now, ha confermato che l’organizzazione aveva informato i partecipanti taiwanesi registrati dei potenziali problemi. È stato specificato che avrebbe esitato a raccomandare il viaggio finché la situazione non fosse stata più chiara.
Le tensioni politiche sembrano aver compromesso anche la Giornata mondiale della libertà di stampa. Ovvero la conferenza annuale organizzata dall’Unesco che avrebbe dovuto svolgersi a Lusaka in concomitanza con RightsCon. La maggior parte degli eventi è stata spostata a Parigi oppure online.
I legami tra Zambia e Cina e le conseguenze per RightsCon
Per capire il peso di queste pressioni bisogna guardare ai rapporti tra i due paesi. Lo Zambia ha profondi legami politici ed economici con Pechino. La Cina è il principale creditore del paese e le aziende cinesi hanno avuto un ruolo importante nei progetti infrastrutturali locali. Il 23 aprile, meno di una settimana prima della cancellazione di RightsCon, la Zambia Development Agency ha firmato un accordo da circa 1,4 miliardi di euro con un’impresa edile statale cinese per aumentare la capacità di produzione di energia elettrica del paese. Persino la sede in cui avrebbe dovuto svolgersi RightsCon 2026, il Mulungushi International Conference Center, è stata oggetto nel 2022 di un importante ampliamento finanziato con una sovvenzione da circa 28 milioni di euro del governo cinese.
Dal 2011, RightsCon riunisce migliaia di persone che lavorano su temi legati ai diritti umani online. Per l’edizione di quest’anno, Access Now si aspettava la partecipazione di circa 2600 persone provenienti da oltre 750 organizzazioni. Tra gli sponsor e i partecipanti figurano alcune delle più grandi aziende tech al mondo, tra cui Meta, Microsoft e Alphabet. L’anno scorso l’evento si era tenuto a Taipei, capitale di Taiwan, ma secondo Geybulla questa è la prima volta in cui gli organizzatori si sono trovati di fronte a pressioni esplicite da parte del governo cinese.
Samuel Chu, attivista per i diritti umani di Hong Kong sanzionato dalla Cina nel 2021, che aveva in programma di partecipare a RightsCon quest’anno, ha commentato così: “Il quadro internazionale è cambiato al punto che oggi possono colpire una conferenza da duemila persone senza che nessuno dica nulla”. Alejandro Mayoral Baños, co-direttore esecutivo di Access Now, ha definito l’annullamento di RightsCon “un tentativo calcolato di mettere a tacere il movimento globale e consegnare agli autoritari le chiavi del futuro”.
