Il legame tra pirateria e criminalità organizzata non è più un sospetto, ma un dato documentato nero su bianco. Un nuovo report intitolato “Organized. Piracy. Crime.”, pubblicato da Digital Citizens Alliance e IP House, traccia una mappa dettagliata delle connessioni tra chi diffonde illegalmente contenuti protetti e le grandi organizzazioni criminali a livello globale. E l’Italia, purtroppo, occupa un posto di primo piano in questa ricostruzione, con un riferimento diretto alla Camorra. Il documento non si limita alla pirateria digitale in senso stretto, ma allarga lo sguardo a fenomeni come il narcotraffico e la vendita illegale di armi, mostrando come questi mondi si intreccino in modi sempre più sofisticati.
Secondo il report, l’Italia figura tra le nazioni dove sono state segnalate relazioni particolarmente strette tra i pirati informatici e la criminalità organizzata, insieme a Regno Unito, Spagna e alcuni territori del sudest asiatico. La Camorra viene descritta come una delle più potenti organizzazioni criminali del paese, attratta dalle reti della pirateria per una ragione piuttosto semplice: margini di profitto altissimi, rischio relativamente basso e un modello di business che somiglia parecchio alle attività illecite tradizionali. Niente di troppo diverso, insomma, da quello che queste organizzazioni fanno già da decenni, solo che stavolta il terreno di gioco è digitale.
Il fenomeno, va detto, non riguarda solo il nostro paese. Il report lo descrive come un’attività decentralizzata, senza confini, capace di operare simultaneamente in più giurisdizioni. Si parla anche di un modello che sta prendendo sempre più piede, una sorta di piracy as a service, collegato ad altri reati gravi: traffico di droga, di esseri umani e di armi, gioco d’azzardo illegale, frode, riciclaggio di denaro e, in certi casi, perfino finanziamento del terrorismo.
Le soluzioni proposte e il ruolo dell’Italia nel contrasto
Di fronte a uno scenario così complesso, gli autori dello studio non si illudono che esista una soluzione facile. Tuttavia, individuano quattro priorità su cui lavorare: introdurre meccanismi di contrasto transfrontalieri più efficaci, lanciare strumenti legali ampliati come il blocco dei siti accompagnati da linee guida penali più rigorose, promuovere un maggiore coordinamento tra settore pubblico e privato, e infine riconoscere ufficialmente la pirateria come una forma vera e propria di criminalità organizzata.
Ed è proprio sul fronte del contrasto che l’Italia compare anche in una luce diversa, stavolta più positiva. Il nostro paese è incluso nell’elenco delle nazioni che hanno già implementato il blocco dei siti come strumento attivo, insieme a Regno Unito, Australia, Francia, Germania e Spagna. Il riferimento, anche se non viene fatto esplicitamente nel documento, è abbastanza chiaro e rimanda a iniziative come Piracy Shield, la piattaforma italiana pensata proprio per contrastare la diffusione illegale di contenuti protetti.
Quello che emerge dal report, alla fine, è un quadro in cui la pirateria ha smesso da tempo di essere una faccenda da nerd o da utenti che vogliono risparmiare qualche euro sull’abbonamento. Dietro ci sono strutture organizzate, flussi di denaro enormi e ramificazioni che toccano i settori più pericolosi della criminalità internazionale. L’Italia si trova al centro di questa mappa, sia come territorio dove il fenomeno prospera, sia come paese che sta provando a mettere in campo strumenti concreti per arginarlo.
