La corsa della Cina verso l’autosufficienza nei semiconduttori ha preso una piega che nessuno, dieci anni fa, avrebbe davvero previsto. Quando nel 2015 il piano “Made in China 2025” fissò l’obiettivo di produrre internamente il 70% dei chip consumati dal paese, l’Occidente guardò quella cifra con un misto di scetticismo e sufficienza. Oggi quell’obiettivo non è stato raggiunto, questo va detto. Ma quello che è successo nel frattempo racconta una storia molto diversa da quella del fallimento annunciato. I veti commerciali imposti dagli Stati Uniti, anziché affossare l’industria cinese, hanno funzionato come un acceleratore. Il quindicesimo Piano Quinquennale non parla più soltanto di quote di mercato. Parla di prepararsi a “contingenze estreme”. E la strada, a quel punto, è una sola: non dipendere più da nessuno.
La realtà dell’industria cinese dei chip somiglia a un puzzle piuttosto complicato, dove convivono risultati concreti, progetti segreti trapelati e sviluppi accademici che provano a riscrivere le regole stesse della computazione. Mentre molti davano per scontato che senza la tecnologia occidentale la Cina fosse bloccata, il paese ha costruito un ecosistema parallelo pensato per sopravvivere. E, col tempo, per andare oltre.
Cina e chip: il muro dei nanometri e la rincorsa alla tecnologia EUV
Per anni si è dato per assodato che senza la macchina EUV (ultravioletto estremo) della olandese ASML, scendere sotto i 10 nanometri fosse semplicemente impossibile. I fatti hanno smentito questa convinzione. Le fonderie cinesi sono riuscite a spremere al massimo le macchine di generazione precedente, le cosiddette DUV, permettendo a Huawei di lanciare chip con un processo vicino ai 5 nm, come il recente SoC Kirin 9030. A questo si aggiunge la conferma che Huali Microelectronics è diventata la seconda fonderia cinese a raggiungere i 7 nm. Costa di più produrre così, è vero, ma offre alle aziende nazionali una via d’uscita per far fronte alla domanda crescente di chip avanzati, quelli necessari per i server dedicati all’intelligenza artificiale, ma anche per smartphone e PC.
Il problema è che “truccare” macchine vecchie non può essere una strategia sostenibile a lungo termine. Ed è qui che entra in gioco quello che qualcuno ha ribattezzato il “Progetto Manhattan” cinese. Secondo ricostruzioni di testate internazionali, ex ingegneri di ASML operanti sotto identità false avrebbero assemblato a Shenzhen un prototipo funzionante di macchina EUV, sviluppato tramite ingegneria inversa. Gli analisti stimano che questo equipaggiamento ibrido potrebbe iniziare a produrre chip di prova già nel 2028. In parallelo, il governo finanzia almeno altri due progetti. Uno basato su ingegneria più tradizionale e un altro che punta a utilizzare un sincrotrone, cioè un acceleratore di particelle, per alimentare diverse fabbriche di semiconduttori.
Tra innovazione radicale e autocritica
C’è poi tutto un filone che sembra quasi fantascienza. Mentre le macchine di ASML generano luce fondendo gocce di stagno, alcuni brevetti mostrano che Huawei sta cercando di creare plasma guidato da laser, un metodo completamente diverso per ottenere la luce EUV. Allo stesso tempo, ricercatori dell’Università di Beihang hanno annunciato la produzione iniziale dei primi chip che rompono la logica del sistema binario.
Ma al di là delle promesse, la forza industriale cinese si vede già nei bilanci. Le sanzioni hanno provocato un effetto paradossale. In appena quattro anni la Cina è passata da una presenza quasi irrilevante a piazzare tre delle sue aziende nella top 20 mondiale dei produttori di equipaggiamento per semiconduttori. Nel 2025, il 35% dei macchinari utilizzati nelle fabbriche cinesi era già di produzione nazionale. E ci sono segnali che produttori come Pulin Technology stiano consegnando i primi sistemi di litografia a nanoimpressione (NIL). Una tecnica che permetterebbe di fabbricare chip da 5 nm a un decimo del costo rispetto alle soluzioni di ASML.
Nonostante tutto questo, le alte sfere del paese non sembrano volersi illudere. Un’analisi pubblicata sulla rivista scientifica ufficiale, firmata anche da fondatori di aziende come SMIC, ha definito la propria industria “piccola, dispersa e debole” rispetto all’Occidente. La proposta che ne emerge è diretta. Quella di creare un “ASML cinese”, considerando l’azienda olandese un “semplice integratore”. Il problema è che quel bersaglio si muove in continuazione. Mentre la Cina prova a replicare la tecnologia attuale, ASML ha reso pubblico un avanzamento importante. Portare la potenza delle proprie macchine a 1.000 watt per produrre il 50% in più di chip all’ora entro la fine del decennio. Il gigante asiatico si ritrova così a correre una maratona in cui il traguardo non smette mai di allontanarsi.
