La crisi del carburante sta mettendo sotto pressione l’intero settore dell’aviazione e Ryanair ha già deciso dove iniziare a tagliare, la Spagna. Da quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran circa due mesi fa, il timore di una nuova emergenza petrolifera si è fatto concreto. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha compromesso le forniture di combustibile su scala globale e il comparto aereo è tra quelli che ne stanno pagando il prezzo più alto. Voli più cari, cancellazioni a raffica e compagnie costrette a rivedere i propri piani operativi: questo è lo scenario attuale.
Il CEO di Ryanair, Eddie Wilson, non ha usato mezzi termini. Se la situazione dovesse proseguire, i primi a saltare saranno i collegamenti con gli aeroporti regionali spagnoli. La dichiarazione è arrivata proprio nel giorno in cui Aena, la società che gestisce gli aeroporti spagnoli, ha distribuito dividendi ai propri soci. Un tempismo che non sembra affatto casuale, considerando i rapporti già tesi tra Ryanair e il governo spagnolo sul tema delle tasse aeroportuarie.
Ryanair, tre milioni di posti in meno in diciotto mesi
La compagnia irlandese aveva già avvisato da mesi che avrebbe ridotto le operazioni negli scali spagnoli se non fosse stato rivisto l’aumento delle tariffe aeroportuarie di Aena previsto nel ciclo 2027 al 2031. Lunedì scorso è arrivata la conferma ufficiale. Quest’estate Ryanair taglierà 1,2 milioni di posti disponibili negli aeroporti del paese. Sommando questo intervento a quelli precedenti, in diciotto mesi la compagnia avrà eliminato complessivamente tre milioni di posti sul mercato spagnolo.
E mentre la Spagna perde collegamenti, altri mercati crescono. Marruecos e Italia vedranno un aumento delle operazioni Ryanair rispettivamente dell’11% e del 9%. Va detto, però, che il quadro è più sfumato di quanto sembri: gli aeroporti regionali stanno effettivamente soffrendo, ma la compagnia ha mantenuto o addirittura ampliato la propria presenza nei grandi scali, dove il tasso di occupazione dei voli è più elevato.
La nuova minaccia riguarda la possibilità di ulteriori cancellazioni qualora il combustibile dovesse scarseggiare ulteriormente. La logica è semplice! Quando le risorse si riducono, si dà priorità alle rotte più redditizie. E gli aeroporti più piccoli, con meno passeggeri e margini inferiori, finiscono inevitabilmente in fondo alla lista.
Un problema che va ben oltre Ryanair
La crisi del carburante non è un affare esclusivo della compagnia irlandese. Nel solo mese di aprile si sono moltiplicate le cancellazioni da parte di compagnie americane come United e Delta, asiatiche come Air New Zealand, e di buona parte del panorama europeo, da SAS al Gruppo Lufthansa, passando per Wizz Air ed easyJet. Il CEO di easyJet ha avvertito pubblicamente che la situazione in Europa potrebbe aggravarsi in modo serio a partire dalla metà di maggio.
Lufthansa, dal canto suo, cancellerà più di 20.000 voli per contenere le perdite legate al rincaro del cherosene. Il risultato complessivo è un’offerta ridotta, prezzi in crescita e compagnie aeree che sfruttano la contrazione del mercato per stringere ulteriormente le condizioni offerte ai passeggeri.
Il cherosene utilizzato dagli aerei è un prodotto delicato da stoccare perché può perdere rapidamente le proprie proprietà. Questo significa che le scorte nei depositi sono sempre limitate. La IATA (Associazione Internazionale del Trasporto Aereo) ha già fatto sapere che ricostruire la capacità di raffinazione danneggiata in Medio Oriente richiederà mesi.
Le previsioni per l’estate non sono incoraggianti. E dove i margini sono più sottili, i tagli arriveranno per primi.
